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Processo penale, tempo di domande PDF Stampa
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di Paolo Borgna

 

Avvenire, 16 gennaio 2020

 

Un agile libro del giurista Glauco Giostra affronta il tema con precisione scientifica ed efficacia divulgativa sollevando tutti i problemi e le urgenze su cui la politica dibatte da anni senza riuscire a sciogliere i nodi: dalla certezza della pena alla responsabilità civile al rapporto spesso malato con la stampa.

Si intitola "Prima lezione di giustizia penale" (Laterza, pagine 193, euro 14). Un libro scritto per chi, spinto da curiosità e interesse civile, voglia avvicinarsi per la prima volta al tema del processo. Raggiunge il suo scopo, ma va anche oltre.

Cantore, Glauco Giostra riesce infatti a parlare ai non addetti ai lavori, con penna agile che però non elude la profondità dei temi sottesi al processo penale, affrontandoli e mettendoli a nudo nella loro essenzialità, con la chiarezza pedagogica di chi, docente di Procedura penale, su quei temi, per un'intera vita ha riflettuto, insegnato, discusso, cercato il confronto, ingaggiato battaglie. Perché giudicare è compito "impossibile ma necessario".

Perché la comunità affida nelle mani di giudici di professione lo strumento (il processo) per punire comportamenti che qualsiasi società non può lasciare privi di conseguenze. Come questo compito si coniuga con i diritti fondamentali dei cittadini. Quanto e in che misura la libertà personale, la segretezza delle comunicazioni, la inviolabilità del domicilio devono cedere all'esigenza dell'accertamento dei reati.

Le regole del processo, viste come un "guard rail metodologico" entro cui cercare e valutare la prova. Perché le regole del processo vanno vissute innanzitutto come "limiti valoriali" all'accertamento dei fatti: non si può perseguire la verità a ogni costo, non tutti i mezzi di ricerca della prova sono ammissibili. Percorrendo tale strada, in passato, si è legittimata la tortura (non a caso chiamata, dai giudici dell'epoca, rigoroso esame).

Ma tali regole non pongono solo limiti formalistici: sono criteri di accertamento della verità - definiti sulla base di una secolare esperienza storica - che impediscono scorciatoie che spesso portano ad aberrazioni ed errori di giudizio. E dunque, il contraddittorio nell'assunzione della prova come architrave del nostro processo: come metodo che, più di ogni altro, garantisce l'affidabilità della ricostruzione storica di un fatto.

Ed ecco che, qui, il libro va oltre il suo scopo dichiarato. Perché, riflettendo sui valori che sottendono l'architettura del processo e illustrando in tale luce le varie fasi della procedura - da quella delle indagini preliminari sino all'appello e al giudizio di cassazione - Glauco Giostra parla anche agli operatori di giustizia che quotidianamente sono chiamati a celebrare i processi. Ricorda loro che, ogni tanto, un buon artigiano deve lucidare i ferri del mestiere.

E ricordarsi perché quegli strumenti sono stati messi nelle sue mani. Qui la lezione si fa davvero preziosa. Perché il clima che oggi ci circonda e le aspettative che il cittadino medio nutre parlano una lingua molto diversa da quella dell'articolo 111 della Costituzione.

Processo come anticipazione della pena e risposta all'allarme sociale, a costo di andare oltre la legge; bisogno immediato della condanna; magistrati che non devono limitarsi ad applicare le regole ma, torcendole al raggiungimento della verità a ogni costo, devono condurre una guerra contro il nemico del momento, devono "moralizzare", lottare per il bene, anche a costo di sostituirsi alla politica (senza però pagare il prezzo della responsabilità che ogni eletto dal popolo deve periodicamente affrontare).

Queste le parole d'ordine dell'odierno "spirito del popolo", che sibila nelle orecchie dei magistrati e rischia di alimentare in loro quel "malinteso orgoglio della funzione" che il giudice Domenico Riccardo Peretti Griva additava come una malattia che mina "quel senso critico, quella sensibilità umana e quel timore costante di errare" che debbono far guardare alla funzione "pressoché sovrumana" del giudicare gli altri.

E qui la limpida lezione sul processo come dovrebbe essere si increspa, scontrandosi con gli enormi problemi del processo reale, così diverso dal modello ideale. La sua eccessiva lunghezza. Una fase delle indagini che dovrebbe essere semplicemente propedeutica al dibattimento in cui la prova è formata col metodo del contraddittorio; e che invece è diventata il vero cuore pulsante del processo.

La custodia cautelare, applicata non sulla base di prove, ma di meri indizi, che sempre più, nella percezione diffusa, sta tornando ad essere l'anticipazione della pena che, settant'anni fa, Salvatore Satta denunciava come "il surrogato di una condanna alla quale si ha la sensazione che non si riuscirà mai ad arrivare, o quanto meno di una pena che non si riuscirà mai a far espiare".

I media che, da strumento di controllo sociale del processo, si sono trasformati in strumento di condizionamento delle indagini; a volte additando il colpevole e tendendo a guidare il magistrato su una strada da loro tracciata, in una sorta di velenosa cogestione del processo. Il "malsano reticolo carsico" che si è formato tra pubblici ministeri e operatori dell'informazione che, snaturando il ruolo di quel che era il giornalismo di inchiesta, ha trasformato i cronisti giudiziari "da cani da guardia della democrazia a cani da salotto delle Procure, in attesa del boccone informativo".

Temi che aleggiano in tutte le pagine del libro e che si fanno più espliciti nel capitolo finale. E che aprono molte domande: come riportare il processo al suo scopo originario? Come diminuire la sua intollerabile lentezza (che è la benzina che alimenta tutte le forme di populismo giudiziario)?

Come assicurare ai magistrati il loro ruolo di garanti, senza sovraccaricarli di funzioni improprie? Come difendere la loro indipendenza, evitando che si trasformi in irresponsabilità e arroganza? Domande che, chiudendo il libro, fanno nascere, nel lettore, l'attesa di una "seconda lezione di giustizia penale". Che speriamo non manchi.

 

 

 

 

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