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La Giustizia non si amministra "A furor di popolo" PDF Stampa
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di Sergio Lorusso

 

Gazzetta del Mezzogiorno, 16 gennaio 2020

 

Nel 1789 il popolo parigino, vessato dalle prevaricazioni, ma anche dall'indifferenza della monarchia che lo aveva ridotto letteralmente alla fame, assalta la Bastiglia. È l'esordio della Rivoluzione francese, ma anche la premessa di quella che sarà la sua degenerazione culminata nel Terrore rosso, corollario delle lotte fratricide tra i protagonisti della rivolta. L'immagine ben si attaglia a una particolare modo di fare giustizia: la giustizia amministrata "a furor di popolo", tipica dei tempi in cui il processo si celebrava in piazza, al cospetto della popolazione, uno show ante litteram nel quale i giudici erano influenzati dagli umori e dai giudizi della folla, che si lasciava andare a tumulti e sommosse quando disapprovava i verdetti.

Lungi dall'essere stato archiviato, tale approccio-naturalmente adeguato ai tempi - si ripresenta ciclicamente, bucando epoche e forme di Stato. Ce lo ricorda, mettendoci in guardia dai suoi pericoli sempre attuali, Ennio Amodio nel suo incisivo e originale saggio "A furor di popolo" (Donzelli ed., 2019, p. 162, euro 22,00).

Autorevole docente universitario e avvocato, tra i padri del vigente codice di procedura penale, Amodio sviluppa la sua tesi leggendo in filigrana l'esperienza del governo gialloverde sulla scorta delle leggi in materia nelle quali individua un filo comune: quello della giustizia vendicativa. Il populismo penale è il fil rouge che lega due forze politiche a prima vista antitetiche, "una giustizia senza bilancia", fatta di eccessi, furori e paure.

La conseguenza? L'abbandono dei princìpi dell'illuminismo giuridico, barattati - anche per ragioni di consenso - con una visione che pone al centro la supremazia punitiva del popolo, da esercitarsi a scapito del potere.

Da un lato, l'anti-cultura del giudiziario di stampo leghista, dall'altro l'adesione all'azione della magistratura rispetto a determinati temi (come la corruzione) dei Cinque Stelle, che convergono nella medesima direzione grazie al più generale populismo politico che connota entrambe le formazioni che hanno sostenuto il primo governo Conte. Il risultato, infatti, è quello di rivalutare in qualche modo la giustizia privata (emblematica, in tal senso, è la "nuova" legittima difesa), con un'involuzione che recupera modelli premoderni materializzando - rispetto a determinate tipologie di reato - il motto la loi c'est moi e aprendo così spazi alla collera e alla ritorsione come fondamenta della sanzione penale.

La vendetta, insomma, che diventa connotato fondante della giustizia populista made in Italy. Ed è sull'antinomia esistente tra i termini "vendetta" e "giustizia" che l'Autore si sofferma, evidenziando l'abbandono di secoli di civiltà giuridica e di valori che sembravano ormai pacifici e consolidati.

Quali i pericoli? La marginalizzazione del processo penale e della sua disciplina, di per sé oscura per i non addetti ai lavori e dunque in contrasto con lo stereotipo della semplicità incarnata dall'uomo comune, privo di competenze specifiche, cavalcato soprattutto dai Cinque Stelle; l'assenza di attenzione per le garanzie dell'imputato; la sfiducia nei confronti della magistratura, della quale vanno drasticamente ridotti gli spazi di discrezionalità, perché ritenuta buonista, remissiva e incapace di tutelare la collettività; la correlativa propensione per le forze dell'ordine, stante la loro immediatezza operativa che consente di "punire" istantaneamente, etichettata in maniera colorita da Amodio come favor militiae; la distorsione della custodia cautelare in carcere, percepita - specie dalla vittima - come sanzione tempestiva e lenitiva dell'allarme sociale; il proliferare della giustizia mediatica, che dei tempi e delle forme del processo fa a meno, trasformando quest'ultimo in un talk show dove trionfa la giustizia rapida e sommaria celebrata da conduttori ed "esperti" che appaga il telespettatore e fa lievitare l'audience.

Un luogo in cui innocentisti e colpevolisti si scontrano, prima di un verdetto tranchant e inappellabile. Uno scenario fosco ed oscuro, che evoca un futuro pesantemente regressivo per la nostra giustizia penale. E che rimane attuale anche dopo il mutamento di maggioranza verificatosi nell'estate scorsa, se si guarda allo stato di empasse della riforma che avrebbe dovuto garantire tempi ragionevoli al nostro processo quale contrappeso della scure abbattutasi sulla prescrizione.

Riflessioni come quelle di Amodio, che riesce a rendere fruibile il dato tecnico anche ai non addetti ai lavori collocandolo in una più ampia prospettiva storica e culturale, possono aiutare tutti a comprendere i rischi cui andiamo inconsapevolmente incontro barattando la giustizia con gli impeti vendicativi. Anche perché Maria Antonietta non c'è più e neanche il popolo affamato cui promettere brioche.

 

 

 

 

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