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Prendiamone atto: la pena è necessariamente afflittiva PDF Stampa
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di Francesco d'Agostino


Avvenire, 15 gennaio 2020

 

Che il sistema penale sia in crisi profonda dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: basti pensare alle tanto accese quanto sterili discussioni che stanno accompagnando la riforma dell'istituto della prescrizione, avviata tra mille polemiche all'inizio del nuovo anno e nella sostanziale indifferenza della pubblica opinione, incapace di percepire correttamente le valenze tecniche della questione.

Se come prova questa non bastasse, dovrebbero meritare un minimo di attenzione alcuni durissimi dati statistici, da quello che ci conferma come le carceri italiane accolgano ormai praticamente il doppio (il doppio!) dei detenuti per i quali sono state progettate e costruite a quello, ancora più tragico e incredibilmente rimosso dalla coscienza collettiva, dell'altissimo numero di suicidi, che si riscontrano tra i carcerati e tra gli stessi agenti di custodia.

E infine perché non considerare ulteriori indicatori di crisi, che non hanno il rilievo sociologico-statistico di quelli appena citati, ma che sono forse ancora più significativi, perché rinviano a una cattiva coscienza che ci travolge tutti e di cui colpevolmente non vogliamo prendere atto? Facciamo un solo esempio: la vicenda della professoressa Nicoletta Dosio, attivista no-Tav, condannata ad un anno e mezzo di detenzione non per le sue idee contestatrici, ma per le modalità - qualificate dai giudici come penalmente rilevanti e con sentenza definitiva - con cui le ha non solo manifestate, ma "praticate" (violenza privata e interruzione di pubblico servizio).

La condanna che le è stata inflitta potrebbe sembrare molto gravosa, rispetto alla tipologia del reato imputatole; ma chi ha una pur minima conoscenza del nostro sistema penale non può non sapere benissimo che si tratta di una di quelle condanne destinate a restare sulla carta, tali e tanti sono i 'benefici' previsti dalle nostre leggi destinati a vanificare la detenzione o almeno a svuotarla dal suo reale contenuto afflittivo (ad esempio con la sostituzione con gli arresti domiciliari o con l'affidamento del condannato ai servizi sociali).

Ma in questa vicenda si è verificato un evento tanto singolare, quanto imprevisto: la professoressa ha rifiutato ogni beneficio legale a sua disposizione e ha richiesto la puntuale applicazione della condanna, chiedendo di essere sottoposta alla detenzione carceraria indicata nella sentenza stessa. Vedremo come le cose andranno a finire; per ora rileviamo che questa mossa sia stata mediaticamente straordinaria, al punto che sono già partite richieste perché il presidente Mattarella conceda la grazia alla professoressa no-Tav, evitandole il carcere e nello stesso tempo onorando la sua fermezza ideologica.

La vicenda su cui stiamo riflettendo può certamente apparire marginale, ma dovrebbe obbligarci a porci una volta per tutte e con assoluta serietà la totale perdita di credibilità del nostro sistema penale. Se le pene, secondo il nobile dettato del secondo comma dell'art. 27 della Costituzione, devono tendere alla rieducazione del condannato, che senso hanno i molteplici benefici che di fatto proteggono dalla detenzione in carcere (tranne situazioni estreme) tutti coloro che ricevono una condanna inferiore ai quattro anni?

Non sarebbe più onesto riconoscere l'insostenibilità teorica e il fallimento pratico della detenzione come prassi rieducativa (oltre che come sistema di difesa sociale)? Perché continuare a trattare in modo omogeneo (come fa la legislazione penale) crimini di profonda eterogeneità, come quelli contro la persona, contro il patrimonio, contro la pubblica amministrazione, quelli informatici o quelli a motivazione ideologico-politica, prevedendo per fronteggiarli essenzialmente due sole tipologie di sanzioni, quelle pecuniarie e quelle carcerarie?

So benissimo la risposta che viene data ai pochi che continuano a porre queste domande: perché non abbiamo a nostra disposizione un paradigma penalistico alternativo, diverso da quello (di ormai lontana e consunta origine illuministica) di cui stiamo usufruendo e soprattutto perché non abbiamo il coraggio di riaprire una riflessione spregiudicata e coraggiosa sul carattere necessariamente afflittivo della pena e sulle nuove possibilità, che pur sarebbero a nostra disposizione, di tornare a rimodularla con intelligenza in tal senso (senza violare il senso di umanità).

La mia opinione, insomma, è netta: a tal punto il sistema penale è ormai privo di credibilità, che quando i giudici riescono a punire qualche reato, è come se si sentissero in colpa: di qui il dilagare delle attenuanti e la ricerca affannosa di misure di pena alternative. Di qui la (paradossalmente coerente) richiesta di grazia per la professoressa Dosio, che, avendo coraggiosamente richiesto di scontare la pena cui è stata impeccabilmente condannata, avrebbe per ciò stesso dato la prova provata di non meritarla.

 

 

 

 

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