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Prescrizione: i fake PDF Stampa
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di Ermes Antonucci


Il Foglio, 15 gennaio 2020

 

Perché non è vero che si applica solo agli imputati colpevoli, come sostengono al Fatto Roma. "La prescrizione si applica solo agli imputati colpevoli". È l'ultimo mantra alimentato dai giustizialisti per difendere la riforma Bonafede che abolisce la prescrizione dopo una sentenza di primo grado, aprendo la strada a processi eterni. Lo ha ripetuto ancora una volta il capofila del fronte forcaiolo, Marco Travaglio, sul Fatto quotidiano la scorsa settimana: "La prescrizione nel processo riguarda i colpevoli, non gli innocenti: se il giudice ritiene l'imputato innocente, ha l'obbligo di assolverlo, non di prescriverlo".

A spalleggiare Travaglio ci ha pensato anche Peter Gomez, direttore del sito del Fatto, che su Twitter ha scritto: "Ai sensi del nostro codice e come ribadito più volte dalla Cassazione, il giudice, durante il processo, non può dichiarare prescritto il reato di chi è ritenuto innocente, ma ha l'obbligo di pronunciare sentenza di assoluzione. Questi sono i fatti. Le opinioni poi sono libere".

Peccato che i fatti siano completamente diversi, e per capirlo basterebbe leggere l'articolo 129, comma 2, del codice di procedura penale, che recita: "Quando ricorre una causa di estinzione del reato ma dagli atti risulta evidente che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere con la formula prescritta".

Ciò che Travaglio, Gomez e Co. ignorano (o fingono di ignorare) è il significato del termine "evidente". Per fortuna, però, ci ha pensato la giurisprudenza della Cassazione a chiarire a tutti, anche ai manettari, il senso dell'articolo in questione. Come sottolineato, infatti, dalle Sezioni unite della Cassazione, "in giurisprudenza è stato costantemente affermato, senza incertezze o oscillazioni di sorta", che il giudice è obbligato ad assolvere l'imputato, e a non dichiarare prescritto il reato, "soltanto nei casi in cui le circostanze idonee a escludere l'esistenza del fatto, la sua rilevanza penale e la non commissione del medesimo da parte dell'imputato emergano dagli atti in modo assolutamente non contestabile, al punto che la valutazione da compiersi in proposito appartiene più al concetto di "constatazione" (percezione ictu oculi), che a quello di "apprezzamento", incompatibile, dunque, con qualsiasi necessità di accertamento o approfondimento" (sentenza n. 35490 del 2009).

In altre parole, aggiungono gli ermellini, "l'evidenza richiesta dall'art. 129, comma 2, c.p.p. presuppone la manifestazione di una verità processuale così chiara e obiettiva da rendere superflua ogni dimostrazione oltre la correlazione a un accertamento immediato, concretizzandosi così addirittura in qualcosa di più di quanto la legge richiede per l'assoluzione ampia".

Ciò significa, al contrario delle fake news spacciate da Travaglio, che il giudice è obbligato ad assolvere l'imputato, e a non dichiarare prescritto il reato, solo se nel momento in cui è maturata la prescrizione gli elementi che rivelano l'innocenza dell'imputato emergono in maniera evidente, incontrovertibile, tanto da dover essere soltanto "constatati". Di conseguenza, quando un imputato viene prosciolto per prescrizione, ciò non significa che egli è colpevole, ma soltanto che in quel momento non siano emerse prove "evidenti" della sua innocenza: nulla esclude che, approfondendo i fatti, cioè andando oltre la constatazione di una "evidenza", il giudice possa rintracciare elementi che scagionano l'imputato, né che successivamente possano emergere le prove che confermano l'innocenza dell'imputato.

Il bello è che, prima di diffondere ancora una volta la bufala, Travaglio ha pure avuto la solita modestia di affermare che "il guaio del dibattito sulla prescrizione, come su ogni aspetto della giustizia, è che i politici e gli opinionisti che se ne occupano sono perlopiù dei totali incompetenti". Viste le inesattezze scritte, praticamente una confessione.

 

 

 

 

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