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Troppi episodi di violenza nelle carceri PDF Stampa
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di Tommaso Montesano


Libero, 13 gennaio 2020

 

Capece (Sappe): "Siamo tornati indietro di trent'anni". I detenuti stranieri sono il 32 per cento, ma la maggior parte di aggressioni, danneggiamenti e ferimenti è opera loro. Solo nella prima settimana di gennaio, si sono contati tre episodi: l'aggressione di un agente penitenziario da parte di un detenuto nigeriano a Forlì; le molestie - continue e ripetute - del boss del narcotraffico messicano Ramòn Cristobal Santoyo, detto il "dottor Wagner", ai danni degli altri reclusi a Regine Coeli; e infine il fatto più grave: altri tre uomini della Polizia penitenziaria sotto attacco, con calci e pugni, a Ravenna.

Autore della violenza: un detenuto nigeriano ristretto per rapina, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Gli uomini in divisa era intervenuti per sedare una rissa tra lui e un altro recluso: hanno avuto la peggio loro, con prognosi che oscillano tra i dieci e i trenta giorni. Il sindacato autonomo dei baschi azzurri, il Sappe, ogni giorno aggiorna la contabilità degli "eventi critici" che si svolgono dietro le sbarre ai danni degli agenti della Polizia penitenziaria.

Ormai è un bollettino di guerra. In media ogni ventiquattr'ore, denuncia il segretario generale, Donato Capece, i baschi azzurri devono fare i conti con almeno un paio di feriti: "Siamo tornati indietro di trent'anni. A quando i colleghi si facevano il segno della croce prima di andare al lavoro".

Altro che emergenza superata. Le carceri italiane restano una polveriera, anche perché il numero dei ristretti è tornato a crescere: secondo gli ultimi dati diffusi dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), e relativi al 31 dicembre 2019, i detenuti sono tornati a essere più di 60mila (60.769, per la precisione).

Alla fine dell'anno erano 59.655. Si tratta del dato più alto - al 31 dicembre - degli ultimi sei anni. E nonostante l'aumento della capienza regolamentare, i posti disponibili sono sempre meno rispetto al fabbisogno. Oggi sono poco più di 50mila, ovvero 10mila in meno rispetto alle necessità.

E meno male che il numero dei detenuti stranieri non è cresciuto ancora: adesso sono poco meno di 20mila - 19.888 - leggermente in calo rispetto a dodici mesi fa, quando erano oltre 200 in più. La comunità più numerosa è quella marocchina, poi seguono romeni, albanesi, tunisini e nigeriani.

Le proporzioni cambiano quando si passa a parlare delle violenze che si verificano negli istituti. In questo settore i detenuti stranieri - il 32,7% del totale - delinquono più degli italiani. Lo testimoniano i dati contenuti nel rapporto del Dap - aggiornato al primo semestre del 2019 - relativo agli "eventi critici negli istituti penitenziari". Nelle carceri italiane al 30 giugno scorso si erano verificati 5.205 atti di autolesionismo. Di questi, 2.985 portano la fuma degli stranieri, 2.220 di ristretti italiani.

I penitenziari più a rischio sono quelli di Campania, Lombardia ed Emilia Romagna. La musica non cambia per gli episodi di colluttazione, quelli potenzialmente più pericolosi perché in grado di provocare situazioni più gravi: su 4.389 casi, 2.475 sono stati provocati da ristretti di nazionalità non italiana. Anche i ferimenti sono stati per la maggior parte causati dagli stranieri, autori di 320 aggressioni su 569.

Sono quattro le Regioni dove l'allarme è più alto: Lombardia, Campania, Sicilia ed Emilia Romagna. I reclusi nati all'estero sono in testa pure nei casi di "danneggiamento dei beni dell'amministrazione" penitenziaria. Nei primi sei mesi del 2019, nel corso delle varie manifestazioni di protesta nelle carceri, sono verificati 1.652 episodi. In 866 casi, l'autore era straniero. Per Capece, quanto sta accadendo nelle carceri è colpa del regime della "vigilanza dinamica" introdotto nel 2013. "Da quando sono state aperte le sezioni, le aggressioni ai danni dei colleghi e i "casi critici" sono aumentati".

Nelle prigioni, in pratica, "dalla mattina alle 7 i detenuti possono uscire dalle celle e passeggiare liberamente. Non c'è più il poliziotto a controllare, la sorveglianza statica è finita". Un errore, attacca il segretario generale del Sappe: "Un conto è un presidio fisso, altro è lasciare liberi i reclusi di camminare e litigare. Questo sistema va cambiato".

Il timore è che il bilancio delle aggressioni sia addirittura sottostimato. "Molti episodi non arrivano neanche a nostra conoscenza. Del resto il Dipartimento, e i singoli istituti, non hanno alcun interesse affinché questi fatti siano resi pubblici. Perché gettano discredito sul Dipartimento. Noi, tuttavia, chiediamo alle segreterie regionali di comunicare ogni caso".

Capece poi punta l'indice sulle carenze d'organico del personale dei baschi azzurri. Il personale della Polizia penitenziaria, prima della riforma Madia, contava 45mila unità. Il ministro del Pd ha tagliato circa 5mila agenti. Risultato: "Oggi sono circa 36.500 i colleghi che prestano servizio. Ma di questi, solo 15mila sono operativi, attivi nelle sezioni carcerarie. E devono controllare oltre 60mila detenuti".

Il Sappe da tempo propone una soluzione per i detenuti stranieri: "Devono scontare la loro pena nei Paesi d'origine. Oggi un recluso costa in media 160-170 euro al giorno: diamoli ai Paesi di provenienza affinché siano loro a prendersi in carico i ristretti".

 

 

 

 

 

 

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