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Se l'abolizione dei termini di prescrizione allontana i cittadini dall'impegno in politica PDF Stampa
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di Umberto de Gregorio


Il Mattino, 13 gennaio 2020

 

Si è detto di tutto sull'abolizione del termine di prescrizione dopo il primo grado, in vigore dal primo giorno del nuovo anno; sul perché rappresenti la negazione del "diritto" e sia in contrasto con la nostra Costituzione abolire ogni termine alla durata del processo, che potrà quindi essere, in teoria ed in pratica, anche eterno.

Siamo fiduciosi che intervenga presto il Parlamento o la Consulta. Ma il tema non è soltanto di puro diritto. Il tema è anche profondamente culturale e politico. Perché oggi è prevalsa la massima affermazione della cultura giustizialista? Perché proprio oggi? E quali effetti avrà questa norma e questa cultura, questa tirannia del sospetto e del principio di colpevolezza, sul tessuto del nostro convivere civile?

In fondo la morale che traspare è questa: se sei indagato probabilmente sei colpevole, quindi aspetta e non rompere, anche tutta la vita. Il tema non è banale. Perché non riguarda solo i ladri e gli assassini. Interessa tutti quei cittadini che in buona fede pensano ancora di impegnarsi in politica o nell'amministrazione della cosa pubblica e che con questa norma saranno, ancora una volta, disincentivati a farlo.

Chi ha esperienza della cosa pubblica in questo mondo fatto di una giungla di norme e di una giurisprudenza oscillante e disorientante, sa che il rischio di subire un processo è molto alto per chi si cimenta nell'assunzione di responsabilità.

Sa anche che avere un giudizio in corso determina conseguenze penalizzanti e talvolta paralizzanti sotto diversi punti di vista, anche per la semplice partecipazione a concorsi e a gare o a incarichi pubblici e privati. Insomma le norme attuali e la cultura dominante, di fatto, assimilano un giudizio in corso a una condanna probabile.

La cultura giustizialista aveva già prodotto da tempo questo risultato. Lo sa bene chi ha una carriera alle spalle, chi ha esperienza e cultura. Lo ignora chi invece non ha esperienza e non ha cultura. E da chi è formata oggi, proprio oggi, la classe politica che ha fortissimamente voluto questa norma? Da chi non ha esperienza e cultura.

La conseguenza di questa norma - che nasce in un Parlamento dominato dall'ignoranza e dall'inesperienza, supportato da una ideologia catto-comunista che ancora prevale in una parte della sinistra - sarà quella di tenere, ancora più di quanto non avvenga già oggi, lontano dall'impegno civico e politico i cittadini migliori, quelli dotati di cultura ed esperienza, che trovano sbocchi occupazionali anche fuori dal pubblico, a compensi maggiori ed a rischi minori. Il rischio di impegnarsi nel pubblico oggi, con l'abolizione della prescrizione, aumenta enormemente.

Per ridurre questo rischio, per incentivare la parte migliore della società civile all'impegno politico e civico, la direzione da prendere sarebbe esattamente l'opposta. Dare tempi certi del processo a chi si ritrova indagato. Oggi invece si materializza il ragionevole dubbio che i processi dureranno molto più di ieri. Lo sostiene Cantone e tantissimi magistrati e professori. Ma a cosa serve il loro parere nel tempo in cui "uno vale uno"? In cui il giudizio della massa di like di Facebook vale come quello di professori illuminati e magistrati impegnati? Nel tempo in cui molti parlamentari sono disoccupati sino al giorno prima di essere eletti?

Se si vogliono dare tempi certi alla giustizia, evitando che troppi processi terminino con la prescrizione, occorre preliminarmente porsi la domanda: quante inchieste e processi terminano con un risultato pari al nulla? La soluzione al tema allora appare diversa.

Da un lato dotare di più risorse la macchina giustizia. Dall'altro ridurre il numero dei fascicoli aperti e concentrarsi su un numero di processi inferiore, sui casi più significativi e probabili di avere esito positivo, senza rinvii di udienza da un anno ad un altro, ma possibilmente da un mese ad un altro.

 

 

 

 

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