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Quanti danni gravi per il paese dai tempi lunghi del processo PDF Stampa
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di Massimo Krogh


Il Mattino, 5 gennaio 2020

 

Torno su un argomento che non smette d'essere attuale, la durata del processo. Abbiamo uno dei processi penali più lunghi del mondo e si fa di tutto per mantenere questo primato attraverso vari istituti, quali tre gradi di giudizio (con noi li ha solo la Francia, ma in forma attenuata), la costituzione di parte civile, istituto che esiste solo da noi, se non sbaglio, e che produce l'allungamento del percorso processuale con l'aumento delle parti, indagini preliminari sottoposte a termini platonici, prescrizione del reato continuamente ritoccata con l'effetto di allungare piuttosto che accorciare il processo, l'obbligatorietà di esercizio dell'azione penale (art. 112 Cost.).

Inutile parlare del processo civile, una sorta di nave crociera senza porto di arrivo. Non è superfluo il dato storico. Nel 2015 nasceva in Inghilterra, con la Magna Carta, il rito accusatorio che si diffondeva nei paesi di Common law; nello stesso anno, il IV Concilio Lateranense istituiva il processo inquisitorio, cioè l'inquisizione. Noi veniamo da questo ramo, secoli di diversità culturale non si colmano con le leggi.

Cose forse già dette ma che giova ribadire. La lunghezza del processo penale, quello civile nella sua eternità diventa invisibile, è un dato di fatto che favorisce eventuali errori e determina un quadro complessivo lontano dalla logica; l'opposto di una cultura e una sensibilità moderna, che vorrebbero un processo breve e tale da non provocare eccessiva e ingiusta sofferenza per l'accusato.

Bisogna ricordare che il punto cruciale che può violare il tessuto civile di un Paese è l'imposizione della forza costrittiva del diritto con attitudine a incidere in modo diretto e immediato sul collettivo senza i necessari anticorpi. Ciò da noi avviene nell'abbraccio dei media, da cui emerge una rappresentazione illusoria di giustizia, fra l'altro condita dall'incertezza della pena. Questo è il quadro che si è affermato in Italia, vale a dire un giustizialismo senza giustizia. La capacità d'inventare l'impossibile! La chiave del bene e del male nelle mani del pubblico ministero, cui è delegata una capacità d'intervento sociale senza limiti, in un contesto dove il servizio giudiziario sparisce per le sue disfunzioni. L'incongruenza, quindi, di un controllo di legalità appariscente in fase di indagini e invisibile in fase di giudizio.

È probabile che il veleno del Paese stia nella burocrazia che s'insinua nella formazione, modulazione e interpretazione delle leggi. Con troppe parole si è detto che il processo deve essere breve, ed invece è lunghissimo; con troppe parole si vuole sottrarre la giustizia all'influenza politica, e invece si è, talvolta, sottoposta la politica alla giustizia. Troppe parole guastano quando mancano i fatti, proprio ciò che da noi avviene non di rado.

Persino avviene che la giustizia punisca i buoni premiando i cattivi. Questi si salvano spesso con la prescrizione, mentre gli innocenti che cadono nel processo ne vivono il lungo calvario prima di uscirne. Lo ricorda con poetica intelligenza il film Pinocchio di Benigni, dove appare l'immagine del giudice che manda in prigione gli innocenti assolvendo e premiando i colpevoli.

La eccessiva durata dei processi diviene una sorta di stallo della giustizia, che ha effetti negativi sugli investimenti, giacché chi investe teme il blocco giudiziario per ogni eventuale questione che possa insorgere. Ciò, naturalmente, impoverisce il Paese e incoraggia la fuga delle forze giovani. L'analisi dei fatti non rallegra, ma non deve oscurare la speranza.

 

 

 

 

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