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Roma. Rugby, a Rebibbia i "Bisonti" battono "Libera" nella prima partita in carcere PDF Stampa
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di Paolo Ricci Bitti

 

Il Messaggero, 5 gennaio 2020

 

A Rebibbia i "Bisonti" battono "Libera" nella prima partita di rugby in carcere che ha messo in campo la squadra dei detenuti e la squadra della comunità gay di Roma. Da una parte i Bisonti, dall'altra Libera, il primo club ovale in Italia esplicitamente per la comunità Lgtb, ma pronto comunque ad accogliere tutti.

In mezzo l'arbitro Valerio Amodeo, allenatore di Libera e fra i più conosciuti e appassionati rugbisti non solo nell'ambiente romano. Siamo partiti dalla circostanza meno importante, il risultato, pure parecchio scontato, per dire dell'unione di due iniziative che dimostrano ancora una volta lo spirito di inclusione del rugby: mentre si gioca è battaglia, dura, senza sconti, scoccano scintille, poi viene la pace più bella del mondo.

Il terzo tempo, insomma - e pazienza se in questi casi, dietro le sbarre - è strettamente analcolico. Fra gli psicologi che lavorano a Rebibbia ce n'è uno che, in fatto di mete e placcaggi, gioca con Libera: così, un paio di mesi fa, è nata l'idea di questo match bel carcere capitolino per intrecciare per un giorno (ma ci sarà la rivincita) il progetto di Libera, nato ormai quattro anni fa con gli allenamenti che si tengono al Tre Fontane, con il progetto Carceri con il quale la Federazione italiana rugby ha portato la palla ovale, le sue regole, le sue risate, i suoi lividi e le sue storie inossidabili di amicizia già in 18 istituti carcerari con molti altri (anche femminili) che sono attesa di cominciare. Squadre come la Drola di Torino e la Giallo Dozza di Torino partecipano anche a campionati federali (C2, il più basso, va da sé) con la particolarità che tutte le altre squadre accettano di giocare in trasferta entrambi i match con i detenuti.

E se i benefici, grazie a queste mete - per nulla sporche e per nulla ultime - sono enormi per i carcerati, diventano persino siderali per le centinaia, ormai migliaia di giocatori "in libertà" che una volta l'anno scoprono la realtà degli istituti di pena. Scoprono che cosa significhi sentire il sinistro e secco clic clac delle porte che più volte, nei corridoi che portano al campo, si aprono davanti a loro per richiudersi alle loro spalle.

Che vedono gli occhi dei detenuti dagli sportellini delle porte blindate; che si separano per due ore dai cellulari; che dividono, alla fine della partita, il rancio con gli avversari; che incrociano gli sguardi con le mogli e i figli dei detenuti in attesa di entrare per la visita mensile. Il progetto Carceri della Fir è una formidabile iniziativa educativa per chi sta fuori, altroché.

Come sanno bene gli operatori quali Giovanni Zavaroni al quale sono affidati i rugbisti di Rebibbia con l'aiuto di altri tecnici volontari dei Bisonti. Ecco, niente telefonini: della partita di questa mattina non c'è nemmeno una foto perché per scattare foto in carcere servono permessi che, con tutta la buona volontà, non si è riusciti ad avere in tempo.

"Ma è lo stesso, ci siamo divertiti tantissimo - dice Germana De Angelis, presidente dei Bisonti, che ogni domenica scendono in campo anche in C2 sui campi un tempo del Cus Roma - per non dire dell'emozione sui visi dei ragazzi di Libera mentre si avventuravano nel mondo di Rebibbia. Chi entra per la prima volta in un carcere, senza essere obbligato a farlo, vive un'esperienza indimenticabile, che fa riflettere per sempre, che ti fa anche apprezzare con più amore attenzione ciò che vivi fuori".

Stante lo scenario di gioco (sezione G9, il campetto ristretto, prato solo nella fantasia dei giocatori, ché quello regolamentare ed erboso esterno ai blocchi richiede lunghe procedure) e la quarantina di giocatori (una ventina per parte) si è deciso di fare quattro tempi a touch-rugby e un ultimo quarto d'ora di rugby vero (contatto): mischie che sbuffano e spingono, placcaggi alle caviglie, collisioni, ruck (raggruppamento con la palla a terra), maul (raggruppamento con la palla in mano), touche (rimesse laterali) con "ascensore" (due giocatori che ne sollevano un terzo). I Bisonti, rodati da tre anni ormai di allenamenti, hanno sempre vinto, ma si sapeva.

"È inutile, i giocatori, da una parte e dall'altra - continua Germana De Angelis - non vedevano l'ora di giocare a rugby vero, quello che ti appassionata di più. C'è stata la massima correttezza in ogni frangente e anche i ragazzi di Libera, non abituati al campionato, se la sono cavata molto bene. Vogliono tutti ripetere l'esperienza.

Avevamo solo un paio d'ore, perché poi il campetto serve per la passeggiata di tutti i detenuti, ma siamo riusciti anche a infilarci il terzo tempo. E ci ha fatto piacere vedere ancora una volta il sostegno della direzione di Rebibbia a queste iniziative: a bordocampo c'erano i vicedirettori Fazioli e Grasselli e registriamo sempre la piena disponibilità dell'amministrazione carceraria e della polizia penitenziaria".

 

 

 

 

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