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Le guerre lontane ci fanno compagnia PDF Stampa
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di Beppe Severgnini


Corriere della Sera, 5 gennaio 2020

 

I conflitti per noi costituiscono un rumore di fondo, una suggestione spettacolare, un'espressione di circostanza, un argomento di conversazione: che dite, Trump ha fatto bene o ha fatto male? Fino a quando non si avvicinano.

A Bagdad sono stato una volta sola, nel 1988. Faceva un caldo formidabile, finiva la guerra con l'Iran, Saddam Hussein sorrideva sotto i baffoni dai manifesti, per strada sparavano in aria per festeggiare e all'aeroporto insistevano per sottoporre i nuovi arrivati a un test dell'Aids. La guerra, costata almeno un milione di morti, era durata otto anni: sembrava un tempo infinito.

Oggi guardo su uno schermo le immagini dalla stessa città. Le fiamme, le tracce dei missili e della morte di Qassem Soleimani. Ascolto le urla e le minacce di nuova morte; e penso quanto poco sia cambiato. Ancora sciiti e sunniti, ancora Iran e America, ancora il mondo spettatore: forse è la stessa guerra, e non è mai finita. Come tante altre.

Pensate all'Afghanistan - un conflitto che dura dal 2001 - o alla guerra civile in Somalia, iniziata nel 1991. Pensate al conflitto arabo-israeliano, iniziato nel 1948 e mai chiuso. Pensate allo scontro tra israeliani e palestinesi. Nella sua forma attuale - un conflitto a bassa intensità, con fiammate improvvise - dura da trentatré anni: la prima intifada risale al 1987. Le stragi di Boko Haram in Nigeria vanno avanti dal 2009 (decine di vittime nella zona del lago Ciad, notizia di ieri).

La guerra in Siria è iniziata nel 2011: sembra ieri.

I due grandi conflitti mondiali del Novecento sono durati, rispettivamente, quattro e sei anni: pareva un tempo lunghissimo. Ma hanno coinvolto l'Europa e l'Italia, e ci hanno cambiato. Per questo le abbiamo comprese, nella loro complessità e nel loro orrore: erano guerre vicine. La guerra, oggi, appare distante. Immagini spaventose consumate per divertimento, video sanguinari e serie televisive farcite di violenza hanno finito per ottundere la nostra capacità di immaginazione e di spavento.

Sì, siamo ottusi. Ci stiamo abituando. Se le brutte notizie si avvicinano troppo, cambiamo destinazione per il viaggio e la vacanza: ma non capiamo la condizione di milioni di essere umani; né la complessità di alcune aree del mondo. Le guerre lontane sono un rumore di fondo, una suggestione spettacolare, un'espressione di circostanza, un argomento di conversazione: che dite, Trump ha fatto bene o ha fatto male? Le guerre lontane ci fanno compagnia. Finché non si avvicinano. Allora, capiremmo.

 

 

 

 

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