Domenica 27 Settembre 2020
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

La droga e i clan insanguinano l'America Latina PDF Stampa
Condividi

di Loris Zanatta


La Lettura - Corriere della Sera, 5 gennaio 2020

 

L'America Latina è la regione più violenta al mondo. Dei 20 Paesi più pericolosi, 14 sono latinoamericani o caraibici. Tremendo, visto che nell'area non ci sono guerre in corso. Ci abita l'8 per cento della popolazione mondiale, ma lì muore un terzo dei morti ammazzati: 400 omicidi al giorno.

Come spiegarlo? Esistono molte teorie. E tutte avvertono: non c'è "una" causa, ma tante cause che sommandosi compongono un quadro dantesco. Cause oggettive: il narcotraffico, i cartelli della droga. Controllano vasti territori e dispongono di immensi capitali. Uccidere è la loro legge. Cause istituzionali: ammazzare costa poco, in America Latina. L'impunità regna. I colpevoli pagano appena in 2 casi su 10, la metà della media mondiale, nulla in confronto ai Paesi sviluppati.

Cause culturali: la pulsione machista a "farsi giustizia da sé", il culto della "Santa Morte". E cause circostanziali ma mortifere: il facile accesso ad armi e alcol, la corruzione delle polizie, la crescita incontrollata di immensi assembramenti urbani. Cause, insomma, ce ne sono da vendere. Ma la più gettonata è da sempre una: la diseguaglianza.

L'America Latina è il continente più diseguale al mondo. E il più violento. Se uno più uno fa due, dev'esserci un nesso. È un problema di "giustizia sociale", saltano sulla preda i consueti profeti, più bravi ad additare colpevoli che a suggerire soluzioni: è "colpa" del sistema. Che "sistema"? Del capitalismo neoliberale.

Sarà vero? Che vi sia correlazione tra diseguaglianza e violenza è indubbio e provato. Che il "neoliberismo" sia causa di entrambe è teoria fallace. Perché l'una e l'altra sono piaghe che lo precedono di secoli. E perché di liberalismo, neo o non, in America Latina ve n'è ben poco.

Come chiave esplicativa della propensione dei latinoamericani a farsi la pelle lascia il tempo che trova. Facciamo un esempio. Stando all'indice di Gini, il piccolo Salvador è assai meno iniquo del Cile. Il Cile, ci ha appena ricordato la stampa di mezzo mondo, è patria del "neoliberismo", Paese tra i più diseguali al mondo.

Inesatto, ma tant'è. Ebbene, in Salvador cala ogni notte il coprifuoco; guai ad avventurarsi per strada. Il Cile è uno dei Paesi meno violenti al mondo: il tasso di omicidi è di 2,7 per 100 mila abitanti. In Venezuela, dove il "neoliberismo" dicono di averlo estirpato, è di 80 su 100 mila. Un'ecatombe. Se la diseguaglianza spiega un po' della violenza ma non la spiega tutta e nemmeno tanta, bisognerà cercare altrove.

Conta la democrazia, vuole un'altra teoria. Laddove c'è democrazia, i margini per la violenza si restringono perché la legge regna: the rule of law. La democrazia ha sia effetti preventivi sia dissuasivi. Magari! L'America Latina è un continente democratico, criticano i critici, ma lungi dal diminuire la violenza è cresciuta.

La teoria va cestinata. Hanno ragione. Ma solo in parte. Il fatto è che c'è democrazia e democrazia. Nei rari casi in cui non è una gettata di vernice fresca ma una pianta dalle radici profonde, la violenza è contenuta. Vale per l'Uruguay, il Paese più equo e democratico della regione; e vale, si diceva, per il Cile.

Più che la democrazia, insomma, è probabile conti lo Stato di diritto. Non è questione di lana caprina. Eccoci così alle prese con lo Stato: c'è Stato di diritto in America Latina? Sì e no, dipende. C'è a intensità variabile, a seconda dei contesti. Ce n'è abbastanza nei grandi centri urbani e dove vive la popolazione più istruita e benestante. Sfuma fino a sparire a mano a mano che ci si sposta verso le periferie sociali e territoriali.

Laddove, guarda caso, la violenza impera. Cosa succede in quei casi? La violenza è endemica perché lo Stato è assente, vuole la vulgata. Che come tutte le vulgate è vera a metà. È vero che lo Stato è assente in estese zone dell'America Latina. Quando non è esso stesso autore di efferate violenze. Eppure molti Paesi non si può dire siano senza Stato.

Hanno al contrario Stati pachidermici, costosi, improduttivi che andrebbero snelliti e razionalizzati. Dunque? Come sempre, la storia ci viene in soccorso. Se la violenza è piaga antica, antica sarà anche la sua radice più profonda.

Nella socialità e mentalità di vasti strati delle società latinoamericane rimane assai radicato un atavico retaggio corporativo. Permane assai diffusa una cultura che allo Stato antepone la "famiglia", alla cittadinanza la tribù, alla legge l'obbedienza al clan. Tali logiche prevalgono ancora in tante parti della regione. Le famiglie, le tribù, i clan locali, per lo più dediti a traffici illegali, assorbono lo Stato, ne fanno loro strumento, dal poliziotto al giudice, dal maestro al medico. Non è del tutto vero che lo Stato, il vero Stato, sia "assente".

È che non lo lasciano entrare; o che entrando si piega alla logica tribale della socialità antica: l'opposto del rule of law. Ecco così le "famiglie" locali estorcere e uccidere. Ma eccole anche poggiare su fitte reti clientelari, ottenere lealtà e manovalanza in cambio di protezione e accesso al bottino.

Il "popolo"? Vittima e complice al contempo: intrappolato in quelle reti, rende spesso culto agli aguzzini che ammazzando garantiscono l'omogeneità della tribù. È come la mafia, si dirà. Esatto. D'altronde la mafia è organizzazione criminale e sociale insieme.

La violenza è per essa codice d'onore, la legalità un simulacro ostile, lo Stato un'entità nemica, lo Stato di diritto un ossimoro. Cosa c'entra la mafia con la violenza in America Latina? C'entra, c'entra. La cultura della legalità è fenomeno recente e poco diffuso al mondo. E ciò che lo spazio separa, per esempio l'Italia e l'America Latina, talvolta la storia accomuna.

 

 

 

 

02


01


07


 06

 

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it