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Prescrizione, le conseguenze indesiderate di una riforma PDF Stampa
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di Giuseppe De Tomaso

 

Gazzetta del Mezzogiorno, 1 gennaio 2020

 

Chissà che cosa avrebbe scritto oggi il maestro di Racalmuto alla vigilia della riforma che introduce lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Sosteneva lo straordinario scrittore siciliano Gesualdo Bufalino (1920-1996) che tutti i libri del suo conterraneo, e talent scout, Leonardo Sciascia (1921-1989), gigante della letteratura italiana, sono un unico grande libro sulla giustizia. Non sbagliava.

Segnato dalla lettura de "I promessi sposi", che lui giudicava "un testo dove si trova tutto quanto noi conosciamo: mafia, Brigate Rosse, ingiustizia, emigrazione...", Sciascia ha intrecciato romanzo e realtà, saldandoli con un'ossessione, quella sulla giustizia, che spesso lo ha portato a sfidare tutti e tutto, in ossequio al compito primordiale che assegnava alla figura dell'intellettuale: sfatare, sconfessare i luoghi comuni.

Chissà che cosa avrebbe scritto oggi il maestro di Racalmuto alla vigilia della riforma che introduce lo stop alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado, lui, che come Alessandro Manzoni (1785-1873) era più che attento ai diritti dell'imputato; lui che era stato colpito in profondità dal lungo calvario giudiziario di Enzo Tortora (1928-1988), che lo aveva portato, fra l'altro, a denunciare la "cultura dell'indiscrezione" tra certi uffici giudiziari e certi giornalisti, e a scagliarsi contro la continua infrazione del segreto istruttorio che, diceva l'autore di Todo Modo, spesso si configura come una specie di diffamazione nei riguardi di un imputato. Il che lo aveva indotto a suggerire un rimedio che più paradossale non si può: "Far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d'esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere tra i comuni detenuti, preferibilmente in carceri famigerate come Poggioreale e Ucciardone".

Il processo di per sé è già una pena, per dirla con illustri giuristi del passato. Lo è ancor di più in un Paese dove il processo mediatico ha sostituito da sùbito il sistema processuale accusatorio che avrebbe dovuto sostituire il sistema processuale inquisitorio. Nel rito accusatorio, la prova va formata nel dibattimento, attraverso il contraddittorio tra le parti. Invece il processo mediatico ha pressoché oscurato la fase dibattimentale, preferendo concentrarsi solo sulle indagini preliminari. E pensare che si sono cercate e registrate più prove dibattimentali durante la stagione inquisitoria degli anni 50 e 60 (casi Montesi, Bebawi, Fenaroli eccetera) che dopo il via libera all'ordinamento accusatorio.

Il processo è ancora di più una pena in un Paese dove i tempi della giustizia sono più lenti di una tartaruga, anche perché quasi sempre mancano uomini e mezzi e anche perché i difensori degli imputati decidono di volta in volta. è un loro diritto, la strategia processuale (dilatoria o meno) da adottare. Cosicché gran parte dei procedimenti finisce in prescrizione: soluzione inevitabile per impedire che un imputato sia tale a vita, ma tutto sommato insoddisfacente per tutti, alla luce dei dubbi e delle recriminazioni che questo finale comporta.

È vero. In parecchi Paesi la prescrizione non c'è. Ma in quei Paesi la giustizia corre veloce, né è inondata da un profluvio di norme che spesso dicono tutto e il contrario di tutto, contribuendo a prolungare all'infinito la ricerca della verità. Di conseguenza, è assai concreto il pericolo che l'altolà alla prescrizione si traduca, in Italia, in una pena afflittiva vitalizia, con tanti saluti ai propositi di accelerare la giustizia.

Né è stata presa in considerazione l'idea di far decorrere la prescrizione da quando il reato viene scoperto, anziché, come avviene, da quando viene commesso, la qual cosa avrebbe rappresentato un giusto compromesso, dettato dal buon senso, tra esigenza di giustizia ed esigenza di tempi certi per la giustizia medesima.

Ma un'altra considerazione va fatta onde impedire che l'alt alla prescrizione dopo la sentenza di primo grado possa tradursi nella più colossale delle beffe. Oggi, infatti, la riforma rischia di autocondannarsi a un clamoroso preventivo buco nell'acqua, dal momento che, nel 75 per cento dei casi, la prescrizione matura prima di una sentenza di primo grado. Pertanto, anche molte vittime e familiari di vittime di un reato potrebbero rimanere con un mucchio di mosche in mano.

Ecco perché bisognerebbe intervenire sul piano legislativo prima che le conseguenze inintenzionali massacrino i fini intenzionali.

Ma torniamo alle riflessioni sciasciane. È la civiltà giuridica, prima che la stessa Costituzione, a sollecitare tempi brevi, e possibilmente definiti, per un processo, visto che una giustizia ritardata è sinonimo di giustizia negata.

Così come è la civiltà giuridica a pretendere che i processi si svolgano nei tribunali, non nelle piazze o nelle arene televisive. In fondo era quello che richiedeva il povero Aldo Moro (1916-1978) nel celebre discorso parlamentare del "Non ci faremo processare nelle piazze". Nessuna pretesa di impunità, voleva dire il leader dc, ma i processi si fanno soltanto nelle sedi giuste.

 

 

 

 

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