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Il linguaggio tra disonestà e violenza PDF Stampa
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di Alberto Leiss

 

Il Manifesto, 1 gennaio 2020

 

Il saggio di Edoardo Lombardi Vallauri "La lingua disonesta. Contenuti impliciti e strategie di persuasione" (Il Mulino, 2019). In questo libro si esamina a un certo punto il modo di parlare dei politici italiani di maggior - forse effimero? - successo: Renzi e, naturalmente, Salvini e Di Maio.

Come avviene in tanti messaggi pubblicitari e in certi modi di "conversazione" sui social, la disonestà si manifesta così nel disimpegno da ogni tentativo di descrivere la realtà e la sua complessità, sia pure con parole capaci di attirare l'attenzione di pubblici larghi, per affidarsi a formule accattivanti e fondate su "contenuti impliciti, impliciti linguistici, presupposizioni, vaghezze".

Dire per esempio, renzianamente, "Il passato non ci basta e il futuro è casa nostra", che cosa mai potrà significare? Simili artifici - per l'autore del saggio - "sono sfruttati per indurre una processazione meno vigile e meno accurata dell'informazione" favorendo alla fine comportamenti mentali e elettorali - o nel consumo di prodotti commerciali - che in realtà sarebbero contrari al "proprio interesse" e a ciò che - se non fossero condizionati - "riconoscerebbero essere il bene comune".

Esistono dunque metodi, per così dire, scientifici per smascherare la lingua disonesta e metterci al riparo dal suo malefico influsso? Opportunamente il recensore solleva anche qualche interrogativo sulla possibilità di tracciare una linea netta tra onestà e disonestà, pure sul terreno del linguaggio. E cita espressioni che appartengono a grandi comunicatori del passato che non metteremmo, immagino, sullo stesso piano dei giovani leader nostrani citati: da Kennedy a Martin Luther King, e persino al messaggio evangelico di Gesù. Certo bisognerebbe a questo punto estendere l'analisi dalle proposizioni linguistiche alle concrete azioni politiche, ai loro obiettivi, ai risultati, e alle biografie degli autori di quelle proposizioni.

Ci vorrebbe anche una riflessione sul significato stesso della parola "onestà", insidiata a mio modo di vedere da quella radice che porta al concetto di "onore", termine ormai carico di ambiguità e appesantito da una anacronistica matrice patriarcale. I grillini hanno vinto al grido di "onestà, onestà", ma vediamo anche in questa richiesta elementare - e certo lì per lì condivisibile - tutti i rischi di un ammiccamento che poi produce derive giustizialiste, mischiate a incompetenza e approssimazione, a dir poco, nell'attività di governo.

La cosa buona, mentre le librerie e le edicole si riempiono di testi che si dedicano con successo all'amore per le lingue, antiche e moderne, i significati delle parole, il valore civile della letteratura, è che la propaganda carica di odio, rancore, volgarità e trucchi retorici sembra determinare una rivolta abbastanza ampia. Le piazze si riempiono di movimenti ambientalisti, femministi, anti-populisti.

Non tutto il male viene per nuocere, si potrebbe ripetere con il noto "luogo comune". Restando però in guardia su tutti i "fronti". Quando le simpatiche Sardine, dopo la grande manifestazione romana, enunciano richieste tra cui una afferma: "la violenza venga esclusa dai toni della politica e anzi ... la violenza verbale venga equiparata a quella fisica" vedo il rischio che la conclamata mitezza si trasformi nel suo contrario, riducendo tutto (come piace proprio ai populisti) a faccenda normativa e semmai penale. Non sarà disonesto, ma è sbagliato.

 

 

 

 

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