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Bracciali elettronici, il flop. "In attesa 12mila detenuti" PDF Stampa
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di Leandro Del Gaudio

 

Il Mattino, 5 dicembre 2019

 

In Italia sono attivi 2000 congegni, manca il collaudo per i nuovi modelli. Tutti i punti di un fallimento annunciato. Quando entrarono in circolazione la prima volta in Italia (siamo all'inizio del decennio scorso), un prefetto si lasciò scappare una battuta: "I braccialetti elettronici costano quanto quelli di Bulgari, come se fossero gioielli".

Oggi, lo scenario è cambiato sul fronte dei costi, grazie a una tecnologia diventata via via sempre più abbordabile, anche se resta il problema di sempre: la mancanza di dispositivi, che rende pressoché effimero l'impiego di uno strumento nato per assicurare una vigilanza in tempo reale dei detenuti scarcerati e messi agli arresti domiciliari.

Un caso nazionale che, in termini di carenze strutturali, parla anche e soprattutto napoletano. Mancano i braccialetti elettronici, tanti detenuti sono in lista di attesa, per ottenere la revoca del carcere, per poter indossare il "bip bip" in vista del ritorno a casa. Ma a riproporre l'attenzione sulla storia dei braccialetti elettronici (sempre troppo pochi per le richieste avanzate dai detenuti) sono i clienti "vip" delle strutture penitenziarie italiane.

Qualche anno fa fece discutere il caso di Valter Lavitola, finito al centro di indagini sul caso Finmeccanica e sui rapporti con l'imprenditore Tarantini e l'ex premier Silvio Berlusconi, per il quale venne firmato il via libera alla scarcerazione (era difeso dall'avvocato Gaetano Balice) anche se rimase alcuni giorni a Poggioreale fino all'arrivo del braccialetto. Stessa scena sabato scorso per la presunta spia russa Aleksandr Korshunov, finito a Poggioreale lo scorso 30 agosto e tuttora ospite della casa circondariale napoletana.

Scarcerato formalmente dalla ottava appello, resta detenuto, quanto basta a sollevare un caso sul flop del dispositivo elettronico. Uno scenario scandito da numeri e polemiche, proviamo a capire per quale motivo. Al momento esistono in circolazione - su tutto il distretto nazionale - circa duemila esemplari di braccialetti. Un numero decisamente risicato rispetto alle esigenze dei vari distretti, anche alla luce di un orientamento che spinge i gip ad applicare sempre più spesso (dove è possibile) i congegni elettronici, per sfoltire le nostre carceri. Basta considerare un altro dato numerico, per capire di cosa stiamo parlando: di fronte ai 2000 esemplari che girano in Italia, solo a Napoli nel 2018 sono stati censiti ben 3000 detenuti agli arresti domiciliari (tre dei quali si sono suicidati nel corso della detenzione domiciliare).

Ma cosa rende spuntato l'uso del braccialetto elettronico? Al di là dei costi, c'è una questione di contratto e di collaudo. Andiamo con ordine: siamo nel 2018, che il gestore cambia, aggiudicandosi una gara al termine della quale si impegna a mettere in funzione ben 12.000 nuovi esemplari. Un numero che sarebbe in grado di abbattere le liste di attesa esistenti, di far decollare - a venti anni dalla sua istituzione - un sistema alternativo al carcere.

Ma dal 2018 ad oggi, lo scenario resta fermo, bloccato, formalmente al palo. Il nuovo gestore c'è, ma manca la nomina da parte del ministero dell'Interno di una commissione di collaudo dei nuovi dispositivi elettronici. Si resta fermi, come hanno raccontato i vertici dell'Unione delle camere penali italiane nel convegno che si è tenuto sabato scorso a Firenze.

Spiega il giudice Giovanna Ceppaluni, presidente della sezione Gip del Tribunale di Napoli: "Siamo favorevoli a un'applicazione sempre più ampia del braccialetto elettronico, ma siamo sempre alle prese con problemi di natura strutturale ed economica. Penso che il braccialetto elettronico sia uno strumento da utilizzare anche nei casi di violenza di genere, in modo tale da rendere efficaci ed effettivi provvedimenti come i divieti di avvicinamento o gli obblighi di allontanamento dalla casa familiare".

Un tema su cui si confronta da tempo il penalista napoletano Riccardo Polidoro, in qualità di responsabile dell'osservatorio carceri della Unione camere penali, che al Mattino non nasconde la propria amarezza: "Oggi il problema della mancanza di braccialetti si ripropone solo perché abbiamo un detenuto eccellente destinatario della misura, costretto a rimanere in carcere in attesa del reperimento dello strumento tecnologico. Al nostro osservatorio invece non sfuggono i tanti cittadini comuni che potrebbero essere scarcerati con un sistema più efficace".

Sulla stessa linea, il garante dei detenuti Samuele Ciambriello e la penalista Anna Ziccardi, alla guida della Onlus "Il carcere possibile", per i quali occorre rendere efficace uno strumento che ormai da decenni fatica a decollare.

 

 

 

 

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