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Prescrizione. La riforma del ministro Bonafede è una tortura per gli innocenti PDF Stampa
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di Pieremilio Sammarco*


Libero, 4 dicembre 2019

 

Carnelutti, uno dei più illustri giuristi dell'era contemporanea, già nel 1957, nella sua opera dal titolo "Le miserie del processo penale" da grande avvocato che era, aveva colto il grave tormento che subisce una persona attraversata dalle vicende giudiziarie; affermava che "il processo medesimo è una tortura (...) e la civiltà moderna ha esasperato in modo inverosimile e insopportabile questa triste conseguenza del processo.

L'uomo, quando è sospettato di un delitto, è dato ad bestias, come si diceva una volta dei condannati dati in pasto alle fiere (...). Appena sorto il sospetto, l'imputato, la sua famiglia, la sua casa, il suo lavoro sono inquisiti, perquisiti, denudati alla presenza di tutto il mondo". Queste considerazioni prescindono dalla valutazione sulla colpevolezza dell'imputato che sono ultronee e non incidono sulla pratica che osserviamo quotidianamente a proposito dei processi portati all'attenzione dei media.

Naturalmente, per colui che sarà poi riconosciuto innocente la sofferenza patita dovuta alla sua esposizione pubblica è una condanna inappellabile e definitiva che nessuna dichiarazione di non colpevolezza potrà mai risarcire. Emblematiche sono le parole di Lariviére nel suo celebre Du cirque médiatico-judiciaire et des moyens d'en sortir, secondo cui il contatto con una imputazione giudiziaria crea una sorta di malattia che, quando finalmente se ne viene a capo, lascia l'ammalato molto debole.

Si tratta di una metafora che evoca mirabilmente gli effetti del processo giudiziario sul soggetto che lo subisce. Anche se costui, al termine del lungo iter processuale, ne esce per la giustizia dei tribunali non colpevole, avrà subito un pregiudizio personale da parte della giustizia sociale, che si riflette negativamente nel suo rapporto con la collettività.

Il solo fatto di essere stato implicato in un processo giudiziario rappresenta nella coscienza sociale dei più un episodio disdicevole, degno di biasimo, un forte sospetto sulla colpevolezza dell'individuo, che si attacca irrimediabilmente alla persona come una lettera scarlatta, che neanche l'ottenimento del proscioglimento può togliere, giacché, esso può essere percepito come il frutto di una soluzione tecnica difficilmente comprensibile per la generalità delle persone, raggiunta forse più per la bravura dell'avvocato difensore nel trovare una scappatoia nell'intricato labirinto delle norme e delle complicate procedure, o grazie all'esistenza di un sistema processuale giudicato dai più addirittura perfino troppo garantistico.

Ora, valutando la proposta di riforma abrogativa della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, pervicacemente portata avanti dal ministro Bonafede nonostante le forti critiche mosse dalla comunità dei giuristi, l'effetto che si produce è la soggezione della persona che, ancorché prosciolta in primo grado, è sottoposta ad un processo giudiziario senza fine; essa rimane afflitta da un carico pendente che può durare per la fase più importante della sua esistenza sia dal punto di vista professionale che personale.

E se il processo penale è utilizzato - come talvolta è avvenuto in passato - quale strumento di realizzazione di un obiettivo sociale o è mosso da fattori ideologici (quali, ad esempio, colpire soggetti noti sospettati di evasione fiscale, o di appartenenza ad associazioni di stampo mafioso, o nella peggiore delle ipotesi, appartenenti ad una forza politica ostile, o per contrastare un'impresa malvista), agevola, per i fini anzidetti, concepire un carico pendente perenne dell'innocente.

Il malcapitato di turno, infatti, in questa situazione di disvalore sociale, si vedrà privato dell'esercizio di alcuni suoi rilevanti diritti, quali ad esempio quello di contrarre con la pubblica amministrazione o di rivestire cariche pubbliche, oltre naturalmente ad essere gravato dalla sanzione sociale rappresentata dal giudizio collettivo di disvalore che si crea nei suoi confronti per essere finito nella palude giudiziaria.

E allora, per ritornare alle parole di Camelutti, con questa riforma si acconsente che l'imputato innocente venga sottoposto alla damnatio ad bestias, cioè torturato, morso dopo morso, dalle fauci della macchina giudiziaria che si tramuta in belva feroce.

 

*Professore di Diritto Comparato Università di Bergamo

 

 

 

 

 

 

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