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Quel Paragone sbagliato PDF Stampa
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di Gad Lerner


Venerdì di Repubblica, 22 novembre 2019

 

Aiuto. Invano ho consultato un amico criminologo, un'altra che fa l'educatrice in carcere, e un paio di amici ex detenuti. Ho pure consultato su Google alcuni glossari per decrittare il gergo della mala e il gergo della galera. Ma non ne sono venuto a capo.

Mi arrendo, quindi, di fronte all'autorità indiscussa di Gianluigi Paragone, all'epoca non ancora senatore del M5S ma già promettentissimo tribuno del popolo, che in diretta Facebook nell'estate 2016 pensò bene di esprimere il suo sdegno contro un giovinastro che aveva malmenato un disabile fuori da una discoteca in Sardegna, con le seguenti parole: "Questa è gente di merda, non si può parlare di bullismo, devono finire in carcere e starci dentro sette anni. E quando sono dentro devono fare la "mamma" di qualcuno, per chi capisce il gergo".

Il detenuto in questione, lui forse avendo compreso cosa significhi, in gergo, "fare la mamma di qualcuno", ha ritenuto di querelare Paragone e un altro giornalista per istigazione a delinquere, accusandoli di aver sollecitato gli altri carcerati a riservargli un trattamento non commendevole. Trovo interessante che Eugenio Piccolo, avvocato difensore del nostro tribuno del popolo, nella sua arringa, abbia voluto spiegare al giudice monocratico del Tribunale di Varese che si tratterebbe di "frasi da inserire in un contesto di profonda indignazione e che si innestano in un lessico politico generale modificato negli ultimi tempi".

L'argomento è risultato convincente, tanto che gli imputati sono stati assolti. Non ho rilievi da opporre alla sentenza. Motivata anche dalla testimonianza della direttrice del carcere di Sassari, la quale ha spiegato che il giovane aveva subito intimidazioni dagli altri detenuti prima, e non dopo, la raccomandazione di Paragone.

Dunque mi guardo bene dall'intromettermi nella decisione del magistrato. Però mi resta la curiosità. Dobbiamo noi accettare serenamente questa evoluzione del "lessico politico generale" fino al punto di ammiccare al gergo della mala? Non più solo raccomandando che il delinquente "marcisca in galera", non prima di aver "gettato via le chiavi", e magari prescrivendogli i "lavori forzati", ma addirittura riservandogli un trattamento fisico di sottomissione ad opera dei suoi compagni di cella?

Ho smesso da tempo di illudermi che la nostra classe politica si impegni ad adoperare un linguaggio consono di fronte all'opinione pubblica, anziché camuffarsi essa stessa da "popolo". Nego, peraltro, che il gergo della mala possa essere spacciato per genuina espressione dei sentimenti popolari. Ma mi limito a chiedere: cosa direbbe Paragone, e cosa direbbe la sua mamma, se qualcuno gli augurasse nella foga polemica di subire non meglio spiegate angherie.

 

 

 

 

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