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Per i detenuti sedativi e psicofarmaci a gogò PDF Stampa
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di Valter Vecellio

 

lindro.it, 21 novembre 2019

 

"Ottenere una terapia è facilissimo. Ed è più facile trovare un sedativo che una tachipirina", Siamo abituati, a cadenza quotidiana, a essere diffusamente informati sul 'dire' e sul 'fare' di papa Francesco. Con qualche eccezione. Come se sia scattata una sorta di parola d'ordine, osservata un po' da tutti, il messaggio papale in occasione dell'incontro con i seicento penalisti provenienti da tutto il mondo non ha molta eco.

Una 'botta' di laicità perlomeno curiosa. Di cosa parla, il Pontefice? Di 'legittima difesa', che "non può essere un pretesto per giustificare crimini"; aggiunge poi che "non si può abusare della carcerazione preventiva"; conclude dicendo che "gli istituti di pena devono sempre 'avere una finestra' e occorre ripensare l'ergastolo perché si tratta di fare giustizia alla vittima, non di giustiziare l'aggressore". Beh, si può capire che sia trattato come un Marco Pannella qualsiasi.

Del resto, perché no? Il silenzio è il modo migliore per non affrontare e non discutere di questioni spinose; non ci si inimica la potente corporazione di quella parte di magistratura che conduce le sue inchieste anche facendo sapientemente filtrare a giornali e giornalisti informazioni di nessuna rilevanza penale, ma che contribuiscono a creare un 'clima' favorevole; non si mette in discussione quella che Leonardo Sciascia chiama la 'terribilità della legge' che nulla serve dal punto di vista pratico e sostanziale, visto che spesso e volentieri si traduce in una sorta di manzoniana 'grida'; si può infine tranquillamente derogare dall'articolo 27 della Costituzione: sapete, quell'articolo secondo il quale le pene non devono essere un qualcosa di vendicativo, non devono soddisfare belluini sentimenti, devono invece tendere, almeno provare, ad avere un fine rieducativo; un articolo che dice anche che la pena deve seguire e non anticipare il processo; che ognuno e senza eccezione ha diritto alla dignità.

Un qualcosa, pensate, che risale a Cesare Beccaria e al suo 'Dei delitti e delle pene'; un qualcosa che dice anche che la giustizia, per essere tale, deve essere tempestiva, rapida, certa, nella sua esecuzione. Altro che la prescrizione abolita, come dicono tanti magistrati che d'abitudine si prodigano a creare la legge, invece di limitarsi ad applicarla...

Dice questo, il Papa venuto da quasi la fine del mondo; e che ci sia bisogno di un Pontefice a insegnare a chi siede in Parlamento il senso e il significato della Costituzione su cui hanno giurato fedeltà, induce a riflessioni amare; tanto più che sono in pochi a farle; e solitamente non chi dovrebbe, per mestiere, se non per vocazione, farle...

Anche perché dal pianeta carcerario si susseguono notizie e informazioni inquietanti. Per esempio: si estende a macchia d'olio la dipendenza da sedativi, ansiolitici e benzodiazepine: creano più dipendenza del metadone; migliaia di pillole che ogni giorno vengono ingerite dai detenuti. Abusa di psicofarmaci un detenuto su due: più di un terzo sono ansiolitici.

Un grave problema denunciato tra gli altri da Francesco Ceraudo, un'esperienza quarantennale di dirigente sanitario dell'ospedale penitenziario Don Bosco, per 25 presidente dell'Associazione nazionale dei medici dell'amministrazione penitenziaria: "Nelle carceri italiane si entra puliti e si esce dipendenti". Un'indagine dell'Agenzia regionale della sanità Toscana su 57 strutture detentive (il 30 per cento di quelle italiane), cinque regioni (Toscana, Lazio, Umbria, Veneto, Liguria) e Asl di Salerno: 15.751 detenuti rivela che "il 46 per cento dei farmaci prescritti sono psicofarmaci.

La quasi totalità di questi (95,2 per cento) appartiene al gruppo di molecole che agisce sul sistema nervoso, con gli ansiolitici (37,8 per cento) fanno la parte del leone. Percentuale che sale vertiginosamente se si considera la fascia d'età 18-29 anni. Ottenere una terapia è facilissimo. Ed è più facile trovare un sedativo che una tachipirina".

Molti detenuti, spiega Ceraudo chiedono ansiolitici perché "trascorrono diciotto ore al giorno in cella, non si stancano, e quindi non riescono a prendere sonno. Il rumore in carcere è onnipresente, non smette mai, neppure di notte. I detenuti sono così privati anche dei sogni".

Il 23,7 per cento dei detenuti entra in carcere con alle spalle una storia di tossicodipendenza da stupefacenti. Dipendenza indotta dall'adattamento e precedente abuso di sostanze, ma c'è anche un terzo fattore che spinge la diffusione di psicofarmaci nelle carceri: il controllo da parte della stessa polizia penitenziaria. Costantemente sotto organico e con un problema gestionale dovuto al sovraffollamento, sono gli operatori stessi a incoraggiare l'assunzione di psicofarmaci. È una realtà confermata da ogni operatore penitenziario, dagli educatori ai cappellani. Di fatto drogati di pillole per tenere calma la situazione.

"La dipendenza da psicofarmaci fa comodo a tutti", osserva Ceraudo. E' 'utile' che il detenuto stia tutto il giorno accucciato sul materasso tranquillo, non urli, sia passivo. Un quadro fosco, quello tracciato da Ceraudo: schiavo della 'terapia' il detenuto chiede all'infermiere dosi maggiori; pur di ottenerle fa rumore di notte, si taglia, ingoia oggetti, aggredisce agenti e compagni di cella.

Nascono anche così i 50 suicidi e i 6.000 casi di autolesionismo che si registrano in media ogni anno. Molti detenuti, in astinenza, ricercano lo stordimento con il gas dei fornellini, quelli che l'amministrazione penitenziaria dovrebbe sostituire da anni per evitare che "su 50 suicidi l'anno, dieci siano involontari e dovuti all'inalazione con un sacchetto infilato in testa".

A proposito di suicidi: è morto in ospedale a Cagliari, dopo quasi un mese di ricovero, il detenuto di 32 anni che il 26 ottobre scorso aveva tentato di togliersi la vita in carcere, a Uta. L'uomo, bielorusso, era stato trovato con il cappio al collo nella sua cella dagli agenti penitenziari; dopo i primi soccorsi, il trasferimento all'ospedale Brotzu di Cagliari, dove è rimasto ricoverato per tre settimane in Rianimazione. L'altro giorno, nel pomeriggio, il suo cuore ha smesso di battere. 'Evasione' definitiva riuscita.

 

 

 

 

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