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Donatella Massimilla, che da trent'anni porta il teatro in carcere: "Una donna rinasce sempre" PDF Stampa
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di Stefania Saltalamacchia


Vanity Fair, 10 novembre 2019

 

Drammaturga e regista, a capo della Compagnia Cetec che da quasi 30 anni lavora a San Vittore. Ai detenuti, soprattutto donne, insegna a guardare dentro se stessi attraverso il teatro. Nelle scuole, invece, ricorda i femminicidi. E pensa che deve tutto a una comunità arbëreshë.

Il suo non è un "lavoro" è una "missione". E per portarla a termine ci vuole "una buona dose di follia". Mentre lo dice, Donatella Massimilla, sorride con la certezza di non aver mai voluto fare altro. Regista teatrale, drammaturga, romana di nascita ma talmente milanese d'adozione da avere ricevuto lo scorso anno l'Ambrogino d'Oro. Da trent'anni scrive e mette in scena testi e spettacoli teatrali che hanno al centro i "luoghi reclusi", come li chiama lei, o i "luoghi altri".

La sua compagnia, fondata nel 1999, è il Cetec, Centro Europeo Teatro e Carcere per il reinserimento degli attori e delle attrici detenute. Da quasi mezzo secolo lavora dietro le sbarre di San Vittore, soprattutto con le donne. Nonostante le difficoltà nell'organizzare le prove, i fondi che dovrebbero arrivare ma spesso non arrivano. Ha lavorato anche nelle carceri del Messico, in quelle di Berlino, nell'ospedale psichiatrico di Cambridge. E il suo orgoglio di oggi è nel tornare in scena con Il Decameron delle donne (il 10 e l'11 novembre, al Piccolo Teatro Grassi di Milano), lo spettacolo con cui ha iniziato trent'anni fa dopo l'incontro con la scrittrice russa Julia Voznesenskaja, autrice dell'omonimo romanzo sulla vita di alcune donne, rinchiuse in un reparto maternità e allontanate dai loro bambini per un'infezione della pelle, che raccontano, ispirandosi a Boccaccio, storie di vita e di amore. "Dopo il debutto al Teatro Verdi di Milano, io e l'attrice catalana Olga Vinyals Martori chiedemmo all'allora direttore del carcere di San Vittore, Luigi Pagano, di lavorare su quello spettacolo con le donne detenute, di condividere con loro un percorso di sperimentazione teatrale. Poi mettemmo in scena un'altra cosa, ma allora non sapevo ancora che il nostro viaggio recluso sarebbe durato bene o male trent'anni".

 

Che cosa significa "teatro" per lei?

"Mi accompagna da tutta la vita. Grazie a un papà che aveva fatto teatro da giovane, fin da bambina ho imparato a visitare con lui i teatri di Roma. Ho debuttato a 15 anni come attrice con Franco Molè, ho studiato alla Sapienza con Jerzy Grotowsky. Successivamente ho seguito il maestro polacco a Santarcangelo di Romagna, dove ho lavorato per diversi anni al Festival Internazionale di teatro di strada. Mi sono laureata in drammaturgia al Dams di Bologna, per poi arrivare a Milano come tutor della Civica Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi. A Milano ho deciso di lasciare il palcoscenico e diventare regista, con la consapevolezza di prediligere non solo i luoghi reclusi, ma anche quelli di frontiera. L'amore per un teatro che intreccia trame teatrali ai propri vissuti e aiuta a condividere e ricordare, in modo comunitario e al femminile. Storie che donano emozioni, rinforzano dentro di noi la voglia di farcela e di ricominciare davvero".

 

Ricorda la prima volta che è entrata a San Vittore?

"All'epoca eravamo un po' pioniere, l'effetto è stato forte. Poi ho conosciuto tante altre carceri. Di recente, sono tornata in quello di Città del Messico, una città nella città. Quando entri ti offrono i tacos, la corruzione è ovunque. A San Vittore lavoro soprattutto con le donne, ma ho lavorato anche con la sezione maschile".

 

Che differenze ha riscontrato?

"Il lavoro con le donne devo dire è molto più difficile perché le donne in carcere, soprattutto le straniere che arrivano dopo un lungo viaggio e sono lontane dai figli, dalle famiglie, si sentono molto disorientate. Il senso di negazione e di abbandono è molto forte. Un uomo in carcere se ha una mamma, una sorella, una moglie, avrà sempre il suo pacco di vestiti, di viveri. Una donna no".

 

Che cosa le hanno lasciato le donne che ha incontrato in questi anni?

"Sono ancora in contatto con quasi con tutte, anche con quelle che sono uscite. Si è creata una grande comunità allargata. E queste donne ci hanno regalato tantissimi testi. Noi non vogliamo mai sapere le loro storie, non diciamo mai i loro cognomi, chi si racconta lo fa spontaneamente, tutto passa attraverso l'arte del teatro".

 

In base alla sua esperienza, quanto può aiutare il teatro in carcere?

"Il teatro è lo strumento principale per riappropriarsi di se stessi. Lo dico senza problemi: non ci sono casi di recidiva in persone che hanno fatto con noi un percorso. Io alla rinascita credo totalmente, non sarei qui se non ci credessi. Trent'anni non sono un'infatuazione".

 

Si è mai chiesta perché ha scelto di lavorare nei luoghi difficili?

"Se devo essere sincera, credo sia anche una questione genetica. Mia madre è originaria di una comunità greco-albanese arbëreshë radicata in Calabria. Mio nonno era il sindaco comunista di un paesino arroccato, San Benedetto Ullano. Sono cresciuta trascorrendo lì le mie vacanze. Ho imparato l'amore per la comunità guardando le donne che si riunivano, d'estate intorno ai falò, per fare l'olio, il vino, la salsa di pomodoro, e nel frattempo raccontavano storie. Credo che stia tutto qui, nella forza di resistere di una piccola comunità, tramandando le proprie storie".

 

Che cosa le piace di più del suo lavoro?

"Avendo un figlio ormai grande - lui fa l'architetto ma ogni tanto mi fa anche le scene - adesso amo il grande senso di grande libertà che questo lavoro mi concede. Siamo solo io e la mia bigol, così ho molto tempo per lavorare, spesso in orari notturni. Sono del segno dell'Acquario, libera e indipendente, amo essere padrona di me stessa. La mia indipendenza la avvertono anche le detenute, la rispettano".

 

Quali sono stati gli incontri più importanti nel corso della sua carriera?

"Ogni incontro ti lascia tanto. Sono gli sguardi che contano. In questi giorni mi sono ricordata di Julia Voznesenskaj, i suoi occhi erano lucidi, intensi. Ricordo anche lo sguardo di Dario Fo, quando venne a recitare San Francesco a San Vittore e ci lasciò un disegno. E poi Giorgio Strehler, Eugenio Barba".

 

Si definirebbe femminista?

"No, assolutamente. Anche se da ragazzina sono andata all'occupazione della Casa delle donne con Dacia Maraini. Credo che il femminismo ogni c'entri poco. Donne e uomini dovrebbero concentrarsi sulla prevenzione, sul cambiare una certa mentalità. Invece, i femminicidi aumentano. Col nostro progetto, Le sedie, ogni anno raccontiamo le storie delle donne uccise, ma anche di quelle che si sono salvate. Portiamo gli spettacoli nelle scuole".

 

Quale sarebbe stato il suo piano B?

"Mi piace anche il lavoro filmico, e ho la passione della pittura. Di certo sarebbe stato sempre qualcosa di artistico, non potrei essere mai ingegnere".

 

A un ragazzo che vorrebbe seguire le sue orme, che consiglio darebbe?

"Avere la pazienza di trovare un maestro o di avere la fortuna di incontrarlo. E di pensare che anche qui ci sono delle regole che vanno seguite".

 

 

 

 

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