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Consulta. Sequestro di persona, no a rigidità sui permessi PDF Stampa
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di Patrizia Maciocchi


Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2019

 

Illegittimo condizionare i benefici all'espiazione di due terzi della pena. È incostituzionale subordinare i benefici penitenziari all'espiazione di almeno due terzi della pena, in caso di condannati alla detenzione temporanea, per il reato di sequestro di persona a scopo di estorsione, che abbiano provocato la morte dell'ostaggio.

La Consulta, con la sentenza 229 di ieri - sempre in linea con il principio della pena come mezzo di rieducazione - smantella un altro pezzo dell'ordinamento penitenziario, per la parte in cui pone una rigida preclusione temporale, anche per i collaboratori di giustizia, per il via libera ai benefici. Un paletto non in linea con il principio di "progressività trattamentale e flessibilità della pena".

I giudici delle leggi, hanno riunito le due questioni di legittimità costituzionale, promosse dai magistrati di sorveglianza di Padova e di Milano che, seguendo alla lettera l'articolo 58-quater, comma 4 dell'ordinamento penitenziario, sul quale sollevano i dubbi di contrasto con la Carta, si trovavano costretti a negare dei permessi a due detenuti.

In un caso il permesso premio era stato chiesto da una detenuta - vedere il figlio minorenne - condannata per aver partecipato a un sequestro dal quale era derivata, non per sua volontà, la morte dell'ostaggio. Nel secondo, a chiedere di uscire, era un carcerato responsabile dello stesso reato che aveva però ucciso il sequestrato: il permesso era per andare dalla madre con la quale viveva il figlio gravemente disabile.

La Corte non distingue le posizioni e afferma l'incostituzionalità del trattamento addirittura peggiorativo, rispetto ai condannati all'ergastolo per sequestro di persona a scopo di terrorismo, di eversione o estorsione dai quali sia derivata la morte della vittima. Delitti di prima fascia per i quali i benefici erano condizionati all'espiazione di almeno 26 anni di pena. Una preclusione eliminata dalla Consulta con la sentenza 149/2018, in virtù della quale il permesso premio, il lavoro esterno o le misure alternative sono possibili dopo dieci anni di carcere, che possono scendere a otto con la liberazione anticipata.

Un trattamento migliore rispetto ai condannati a pena detentiva temporanea che, per lo stesso delitto, hanno accesso al beneficio, a parità di condizioni quanto alla collaborazione con la giustizia, solo dopo aver scontato i due terzi della pena inflitta senza possibilità di alcuna riduzione di questo limite a titolo di liberazione anticipata.

E quindi, sottolineano i giudici delle leggi, "dopo aver scontato un periodo di detenzione che - tenuto conto delle elevatissime cornici edittali previste per le ipotesi delittuose in questione - è, nella generalità dei casi ben superiore a otto anni" La Consulta, dopo la sentenza 149, consapevole della disparità di trattamento che si era creata con chi scontava una pena temporanea, aveva chiesto, inutilmente, un intervento del legislatore, che appianasse la discriminazione.

Ora la Corte costituzionale ha chiarito che la magistratura di sorveglianza deve poter monitorare gradualmente e con prudenza, attraverso i permessi premio e lavoro esterno, il percorso rieducativo compiuto dal condannato, per ammetterlo poi alla semilibertà e alla liberazione condizionale, in caso di esito positivo delle prime sperimentazioni.

 

 

 

 

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