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Giustizia, allarme populismo PDF Stampa
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di Guglielmo Starace*


Gazzetta del Mezzogiorno, 20 ottobre 2019

 

Se non interviene una generale presa di coscienza della gravità della situazione, dal primo gennaio 2020 entrerà in vigore una norma secondo cui dopo l'impugnazione di una sentenza di primo grado, anche di assoluzione, la durata del processo non avrà più alcun limite perché il tempo necessario alla prescrizione del reato sarà fermato.

Questa disposizione, contro la quale si è già schierata l'intera avvocatura, l'accademia dei giuristi e gran parte della magistratura, pare in forte contrasto con la norma costituzionale che individua anche nella ragionevole durata del processo un irrinunciabile principio di civiltà giuridica. E infatti incivile consentire che un imputato rimanga eternamente sospeso nelle maglie di un processo che, essendo senza fine, rappresenta comunque una condanna.

Allo stesso modo è incivile che la persona offesa rischi di rimanere per sempre in attesa di una pronuncia definitiva sui suoi diritti. Il principio che deriverebbe dalla nuova disciplina è quello secondo cui ogni cittadino può restare in balia della giustizia penale dopo la sentenza di primo grado fino a quando lo Stato non riterrà di concludere il processo.

Il motivo di questa scelta risiede nella convinzione che in Italia si prescrivono troppi reati, e "i colpevoli la fanno franca". La decisione assunta, però, oltre a comportare delle assurde ingiustizie per imputati e persone offese, non costituisce rimedio per ridurre il numero delle prescrizioni perché circa il 70% delle prescrizioni maturano (dati ufficiali del Ministero di Giustizia) prima della sentenza di primo grado e perché la riforma Orlando, entrata in vigore appena due anni fa, ha ulteriormente allungato di complessivi tre anni dopo la sentenza di primo grado e fino al giudizio di Cassazione i termini di prescrizione dei reati, già di per sé molto alti soprattutto con riguardo a quelli cosiddetti di maggiore allarme sociale. Ma quali saranno le conseguenze del "processo penale infinito"?

La persona sottoposta al processo, oltre all'angoscia di essere sempre "imputata", avrà comunque difficoltà a fare progetti per la sua vita (ad esempio, rischia di non poter partecipare ad un concorso pubblico) sapendo di essere sottoposta ad un procedimento del quale non può sapere la data di chiusura. Costituisce fatto notorio che i processi per reati che si prescrivono in tempi più dilatati (che arrivano anche a venti anni per le ipotesi più gravi) vengono celebrati molto lentamente perché è fisiologico che - a fronte di un carico di lavoro elevato rispetto a strutture carenti e personale insufficiente - si prediliga la trattazione dei processi con prescrizione vicina, inevitabilmente mettendo in secondo piano quelli con prescrizione lontana.

Si tenga bene a mente che la prescrizione non è uno strumento a disposizione dei difensori sia perché matura nella maggior parte dei casi nella fase delle indagini preliminari, nel corso delle quali il difensore non può fare nulla, sia perché ad ogni richiesta di rinvio del processo da parte del difensore corrisponde una sospensione del decorso della prescrizione.

La prospettata riforma è la più grande espressione del populismo giudiziario perché rende comunque ingiusto il processo giusto, spostando il momento terminale del processo a distanza di tanti anni dai fatti. E a distanza di tanti anni appare ingiusta una condanna, un'assoluzione, un'esecuzione della pena: appare ingiusta ogni conclusione. Si presenta come una riforma civile perché gioca sulla comune indignazione rispetto ad un reato prescritto, ma è in realtà incivile perché allunga a dismisura i tempi tra fatto e pronuncia giurisdizionale.

Come sarebbe incivile una sentenza di assoluzione dopo anni di gogna mediatica ovvero una sentenza di condanna di una persona che può essere ormai diversa da quella che ha commesso il reato. Si rischia di perseguire un peccato di gioventù commesso da una persona ormai socialmente realizzata ed integrata, e quindi provocare un danno per la persona e per la società tutta. Senza prescrizione non c'è più la speranza, ma non la speranza di raggiungere la causa estintiva del reato, bensì la speranza di avere giustizia in tempi ragionevoli.

E l'essere umano senza speranza è il più pericoloso. L'essenza del populismo giudiziario è proprio questa: dire che si è fatto qualcosa, mentre in realtà nel migliore dei casi non si è fatto niente, ma nel peggiore si è fatto il contrario. Assistiamo quotidianamente a processi dalla durata insopportabile, strutture che cadono a pezzi, penuria di personale, senso diffuso di ingiustizia, che certe volte non si consuma grazie all'impegno vero di donne e uomini che si rimboccano le maniche e si impegnano gettando il cuore oltre l'ostacolo per dare giustizia ai cittadini. Insomma, la parte migliore del Paese fa di necessità virtù e porta avanti la baracca.

Il processo senza prescrizione è un viaggio verso l'ignoto, è una partenza senza arrivo, è come prendere un treno senza conoscere l'orario previsto per l'arrivo, è mancanza di lealtà dello Stato verso il cittadino sospeso. La sospensione sine die della prescrizione equivale alla sospensione sine die delle garanzie del cittadino. Gli avvocati e devono intervenire quando i principi costituzionali sono a rischio e, quindi, quando i cittadini sono in pericolo.

Per questo ci asterremo dalle udienze per tutta la prossima settimana e invitiamo tutti i cittadini alla nostra manifestazione che si terrà giovedì 24 ottobre 2019 alle ore 9,30 presso l'Hotel Palace di Bari proprio per affrontare il problema con professori universitari, magistrati, politici e giornalisti.

*Presidente della Camera penale di Bari

 

 

 

 

 

 

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