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Carcere e suicidi, un agente: "Lavoro tossico, che incide sulla psiche" PDF Stampa
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di Laura Pasotti


Redattore Sociale, 16 ottobre 2019

 

Da inizio anno si sono uccisi 10 poliziotti penitenziari e 36 detenuti. Gli ultimi episodi a Piacenza, Foggia e nel carcere di Regina Coeli tra l'11 e il 14 ottobre. "Noi agenti impreparati. Serve lavoro in sinergia con altre figure professionali. E aprire punti di ascolto psicologico esterni".

Sono 10 i poliziotti penitenziari che si sono uccisi dall'inizio del 2019 (fonte Osservatorio suicidi in divisa). Gli ultimi due casi si sono verificati a Piacenza, dove l'11 ottobre un agente di 53 anni originario della Calabria e da anni in servizio al carcere delle Novate si è ucciso, e nel foggiano, dove il giorno successivo un agente della stessa età in servizio nel carcere di Foggia ha ucciso la moglie e le due figlie e poi si è suicidato con la pistola d'ordinanza. In oltre vent'anni, tra il 1997 e il 2019, si arrivano a contare 153 agenti che si sono tolti la vita (fonte Ristretti orizzonti).

Sono 36 i suicidi tra i detenuti registrati nel 2019: lo dice il dossier Morire di carcere di Ristretti Orizzonti, aggiornato al 14 ottobre, giorno in cui nel carcere di Regina Coeli a Roma un uomo di 52 anni si è impiccato nella sua cella. Più di mille, sempre secondo Ristretti Orizzonti, i detenuti che si sono suicidati tra il 2000 e il 2019.

"Quello dei suicidi è un tema trasversale che tocca i poliziotti penitenziari e i detenuti, realtà polarizzate che però si guardano e condividono la vita in carcere - dice Nicola D'Amore, agente in servizio nel carcere di Bologna e delegato del Sinappe, il Sindacato nazionale autonomo della Polizia penitenziaria - Il nostro è un lavoro che incide sulla psiche, tossico.

E quella tossicità finisci per portartela a casa, si accumula, e se non c'è un familiare che sa ascoltare, o se non si capisce che è il momento di andare dallo psicologo, si può arrivare a gesti estremi. Dall'altra parte, i detenuti spesso hanno come unica via per farsi sentire quella di farsi male, di ricorrere a gesti di autolesionismo o al suicidio. E noi siamo impreparati ad affrontare questa realtà".

Un'esperienza in carcere di quasi 25 anni, iniziata "per non sprecare un anno di vita a imparare a fare la guerra con il militare" e diventata poi una scelta a lungo termine, D'Amore sottolinea che "oggi il carcere è più un contenitore di marginalità sociale che un luogo di rieducazione. Le possibilità per i detenuti sono poche, la detenzione dinamica voluta dopo la sentenza Torreggiani (nel 2013 la Corte europea di Strasburgo ha condannato l'Italia per violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo sui trattamenti inumani e degradanti, ndr) è ancora lontana dall'essere realizzata: i detenuti vengono aperti al mattino, possono andare all'aria in determinati orari ma per il resto stanno in sezione, abbandonati all'ozio". Anche il lavoro è solo per pochi fortunati, anche se esistono esperienze positive. "In alcune carceri del Nord Italia ci sono imprese che hanno scelto di investire e hanno realizzato progetti in applicazione del comma terzo dell'articolo 27 della Costituzione ("Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", ndr) - afferma D'Amore - ma per tutti gli altri il carcere è trascorrere il tempo, un tempo non valorizzato in cui finiscono per confrontarsi con le esperienze che li hanno portati dentro e a volte escono più delinquenti di quando sono entrati".

In carcere spesso si ripropongono le stesse dinamiche che si vivono all'esterno, "ma se si investiga solo in caso di eventi critici, il carcere finisce per diventare la scuola del crimine". Dinamiche da cui non sono immuni nemmeno gli agenti, basta pensare ad esempio al coinvolgimento di alcuni poliziotti penitenziari in un filone del processo Aemilia, in corso e per il quale si aspetta l'ultimo grado di giudizio.

Da tempo, i sindacati della Polizia penitenziaria chiedono l'attivazione di punti di ascolto psicologico per gli agenti, ma finora sono poche le realtà che li hanno realizzati. "Abbiamo sempre chiesto punti di ascolto esterni - continua D'Amore - perché rivolgersi allo psicologo interno al carcere porterebbe a stigmatizzare il collega, ad attaccargli addosso un'etichetta. Anche parlarne con i superiori è difficile. Sembra che la cultura dominante sia quella che ci vuole uomini, a soffrire in silenzio".

Non dimentichiamo che, fino a qualche anno fa, il poliziotto penitenziario proveniva esclusivamente dalle forze armate, dall'esercito. Mentre oggi qualcosa sta cambiando. "Ci sono agenti provenienti dalla vita civile, laureati in sociologia o scienze della formazione - dice D'Amore - perché in carcere non si viene a fare la guerra, l'importante è parlare, sapersi mettere nei panni dell'altro, risolvere i problemi in modo diverso e non con la forza fisica che pure la legge ci consente di usare".

Spesso, però, gli agenti sono impreparati, non formati per affrontare il disagio o per relazionarsi con detenuti con patologie psichiatriche. Fondamentale quindi è lavorare in sinergia con le altre figure professionali presenti in carcere come i funzionari giuridico pedagogici, ovvero gli educatori, "il cui ruolo è importantissimo per il percorso rieducativo ma che sono costantemente sotto organico e, in alcuni istituti, finiscono per vedere i detenuti una volta all'anno se non di meno".

Secondo gli ultimi dati del Rapporto di Antigone c'è carenza sia di agenti che di educatori: i primi sono circa 31 mila contro una previsione in organico di 37 mila, i secondi 925 contro una pianta organica di 999, per una popolazione detenuta di circa 60 mila persone. Gli agenti però rappresentano comunque oltre l'80% dei dipendenti dell'amministrazione penitenziaria. "E il primo Governo Conte ha dato molto spazio agli arruolamenti, senza considerare però gli educatori".

Il cambiamento? "Non potrà che avvenire con una nuova riforma penitenziaria, anche se, a tutt'oggi, sembra che il dibattito sul carcere sia assente. Si fanno proclami quando si verificano eventi critici, ma non si analizzano i fatti e il giorno dopo già non se ne parla più", dice D'Amore. E allora che fare?

"Bisognerebbe fare scelte diverse, come smilitarizzare la Polizia penitenziaria, un corpo troppo strutturato, costoso, che non fa bene alla società - conclude - perché la sicurezza si raggiunge con il sapere, non con l'attività repressiva. E un'iniezione di sapere non può che far bene al carcere". E cita le parole di Gesualdo Bufalino, "la mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari".

 

 

 

 

 

 

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