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Cina. I laogai, una storia di schiavitù moderna PDF Stampa
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di Elena Pompei


insideover.com, 13 ottobre 2019

 

Il 22 settembre abbiamo visto festeggiarsi in pompa magna i 70 anni della Repubblica Popolare Cinese, quando la parata più grande mai dispiegata dal governo ha marciato per ottanta minuti sulle strade di Pechino. Ma nel 1949, all'alba del regime di Mao Zedong, nasceva anche il segreto meglio tenuto della storia contemporanea: i Laogai.

Ispirato dall'esperienza dei Gulag sovietici, nel 1950 Mao Zedong dà vita ai primi Laogai, campi di lavoro e di rieducazione progettati per sfruttare la manodopera dei "nemici del regime". In queste strutture, uomini e donne reclusi senza processo erano sottoposti a lavori forzati e torture, lavaggio del cervello, fame e condizioni igieniche inumane.

Settant'anni dopo, i Laogai sono ancora attivi, evoluti e moltiplicati. L'ultimo dato disponibile della Laogai Research Fundation attesta il numero dei campi attualmente attivi sul suolo cinese ad oltre 1500, ed il conteggio delle vittime - fermo all'epoca maoista - ad oltre 27 milioni di persone.

Molte delle informazioni sui laogai provengono da Harry Wu, un uomo che dopo aver speso 19 anni in un campo di lavoro è fuggito negli Stati Uniti e ha fondato la Laogai Research Fundation, accogliendo e dando supporto alle centinaia di sopravvissuti dispersi in giro per il mondo. Wu sostiene che dal 1949 alla metà degli anni Ottanta si debbano contare almeno 50 milioni di prigionieri, e che il numero dei detenuti si aggira intorno agli otto milioni. Harry, detenuto in 12 diversi campi nel corso dei suoi quasi vent'anni di prigionia, ha raccontato di esecuzioni capitali, traffico di organi, orari lavorativi sfiancanti e una giustizia arbitraria, se non assente.

A seguito delle forti proteste di Harry Wu e degli altri sopravvissuti, i laogai in senso stretto sono stati formalmente aboliti dalla Corte Suprema cinese nel 2013, assieme alla politica del figlio unico; tuttavia, le testimonianze più recenti affermano che, oltre le formalità, i laogai restano la forma di prigionia privilegiata in Cina. I campi di rieducazione al lavoro, però, non sono più da tempo riservati a dissidenti o criminali; nei Laogai ci finisce anche chi è un imprenditore, perché considerato un oppositore di destra. Ci finisce chi ha deciso di infrangere la regola dei due figli. Ci finisce chi fa parte di un ordine religioso o di una minoranza, siano essi musulmani, cristiani o cattolici.

Sabrina Wu, religiosa appartenente ad un ordine protestante e rifugiata politica in Italia, afferma che "solo nel 2018, almeno 23.567 membri della Chiesa sono stati perseguitati direttamente dalle autorità, e più di 10mila persone sono state arrestate". Sabrina, fuggita con alcune consorelle a seguito della persecuzione, sostiene che sono almeno 500mila i cristiani costretti ad espatriare, e che solo in Italia ci sono 854 richiedenti, "ma solo il 10% ha ottenuto l'asilo".

Nel 2019, il ruolo dei Laogai rimane fondamentale per lo Stato cinese. Essi servono senz'altro a perpetuare la macchina dell'intimidazione contro gli oppositori politici, ma sono ancor più necessari perché i prigionieri costituiscono un'inesauribile forza lavoro a costo zero.

Nei Laogai si producono beni che vengono poi importati in tutto il mondo, una realtà che già nel 2004 era emersa violentemente, tanto da spingere alcuni parlamentari europei a chiedere alla Commissione di andare a fondo della natura degli scambi commerciali con la Cina.

Solo nel 2007 la Commissione europea ha potuto affermare che "su ogni bene esportato la Cina deve dare garanzia scritta che non è prodotto nei Laogai e, in mancanza di quest'assicurazione, la Commissione deve proibirne l'importazione nell'Ue". È evidente, però, che a tredici anni di distanza questo non può bastare. Non possiamo più usare la scusa dell'indifferenza: finché l'Occidente accetterà prodotti fabbricati in Cina, i Laogai continueranno ad esistere e, per tornare alle parole di Wu, a fabbricare "due generi di cose: i prodotti e gli uomini".

 

 

 

 

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