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"Carcere per chi evade il fisco", la sequela di slogan vuoti su una misura che già c'è PDF Stampa
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di Eugenio Fatigante

 

Avvenire, 12 ottobre 2019

 

I progetto di passare dalla "pace fiscale" al rafforzamento del carcere per i grandi evasori (pur essendo entrambe proposte cavalcate dal M5s nella sua doppia versione di governo, prima giallo-verde e ora giallo-rossa) sembra scontrarsi ancora una volta con la realtà.

Quella che dice, peraltro, che prima ancora di parlare di "rafforzamento" forse basterebbe applicare quello che c'è e non viene fatto. Del tema se ne parla dal lontano 1982, da quando le "manette fiscali" furono introdotte per la prima volta, con maggiore o minore intensità a seconda della consapevolezza della maggioranza di turno di adottare scelte impopolari sul versante fiscale.

Di fatto, il codice penale già prevede la punizione con il carcere per diversi reati tributari reputati di natura penale. La sostanza, però, è che in carcere non ci va nessuno. "In verità - argomenta Enrico Zanetti, commercialista ed ex viceministro dell'Economia -, dietro a questa dichiarazione d'intenti risulta sempre difficile capire cosa si intenda davvero, posto che il carcere per gli evasori è già da molto tempo parte integrante del nostro ordinamento giuridico".

Il riferimento è in particolare alla "legge 74" del 2000, poi un po' ammorbidita da un'altra legge del 2015. Il testo di inizio millennio ha previsto una reclusione da 1,5 a 6 anni per frode fiscale e da 1 a 3 anni per dichiarazione infedele "non fraudolenta", oltre ovviamente a sanzioni pecuniarie salatissime che vanno dal 135 al 270% (nella prima fattispecie).

In tali casi, tuttavia, le pene previste non produrrebbero effetti perché sono combinate a soglie d'evasione molto elevate (per la denuncia infedele l'imponibile non dichiarato deve superare i 3 milioni di euro). Ma non è sempre così. Nell'altro caso di frode mediante fatture false, infatti, sulla carta la reclusione non è nemmeno limitata ai grandi evasori perché scatterebbe anche per un solo euro, mentre davanti a una frode con "altri artifici" scatta oltre i 30mila euro.

Per di più, dal 2015 è stato introdotto anche il reato di auto-riciclaggio, per cui è prevista una pena potenziale da 2 a 8 anni per chi impiega il denaro proveniente da reati di tipo fiscale. D'altro canto, osserva ancora Zanetti, "se non fosse già così, non si spiegherebbero gli arresti, singoli o di più persone in concorso, compiuti meritoriamente dalla Finanza a fronte della scoperta di frodi fiscali".

Nel 2018 gli arresti sono stati 400, secondo dati delle Fiamme Gialle. Il problema si materializza dopo, quando si tratta di andare a processo e alla sentenza definitiva. Raramente, infatti, in fase di giudizio viene comminato il massimo della pena; inoltre, se il soggetto è incensurato, scatta la sospensione condizionale che riduce di un terzo la detenzione, da 3 anni si passa facilmente a 2, soglia sotto la quale in prigione non si finisce pur restando condannati, ma questo, annota ancora Zanetti, "è più un tema di sistema che riguarda l'amministrazione della giustizia".

La sua conclusione è che "invocare inasprimenti "mirati" non pare francamente condivisibile, senza una volontà politica di più ampia revisione dei minimi e massimi edittali delle pene previste anche per altre tipologie di reato, che destano non meno allarme sociale".

 

 

 

 

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