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Libri. "Doppia pena. Il carcere delle donne" PDF Stampa
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di Giovanna Pezzuoli


Corriere della Sera, 12 ottobre 2019

 

Chi sta fuori sa ben poco della vita delle recluse, delle loro sofferenze, come delle loro risorse e della forza che consente loro di immaginarsi dopo la detenzione. Perché le donne vanno in carcere, come vivono, quali trattamenti vengono loro applicati, che cosa accade quando hanno figli piccoli? Il carcere non è un luogo per donne, che rappresentano un'esigua minoranza, il 4,4%, circa 2.600 persone.

"Ce ne occupiamo non solo per il nostro interesse - vorrei dire passione - per le minoranze, ma per la peculiarità della questione, di fatto poco conosciuta. Per tutte le implicazioni che la detenzione ha nelle differenze di genere", scrive Nicoletta Gandus, magistrata che partecipa al collettivo Donne e Diritto di Milano, nell'introduzione del libro Doppia Pena.

Il carcere delle donne, curato insieme a Cristina Tonelli. E spiega la scintilla da cui è nato il volume, la lettura del testo Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, in cui le autrici, Susanna Ronconi e Grazia Zuffa, davano voce alle detenute, raccontando strategie personali e collettive per contrastare la mortificazione e la perdita di sé.

Lettura da cui è scaturito, in un gruppo di socie della Casa delle donne di Milano, il desiderio di approfondire il tema, affrontato dalle relatrici durante un affollato incontro alla Casa (oltre a Ronconi e Zuffa, Tamar Pitch, Claudia Pecorella, Marianna Grimaldi, Eva Banchelli e Antonia Monopoli) e quindi approfondito ed elaborato in un libro. Si chiede Nicoletta Gandus: "Se il superamento della pena detentiva è un traguardo di certo lontano, e incompatibile con il pensiero oggi dominante, cosa fare, ora, in particolare per le donne detenute?". Che sicuramente vivono una maggiore afflizione rispetto agli uomini per la loro pena. Il carcere del resto si declina sempre al maschile.

Le differenze di genere comportano notevoli differenze di condizioni di vita nel sistema penitenziario italiano: le donne, le madri, ancora più le straniere (che sono il 70% delle recluse) e le transgender (minoranza della minoranza) sono nella grande maggioranza dei casi tenute fuori da corsi e programmi trattamentali.

Sostiene Susanna Ronconi, attivista e ricercatrice che da anni si occupa di carcere, del quale ha una personale esperienza come detenuta politica negli anni 80 e 90: "Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale, ci sia anche una certa trasgressione dei "codici di genere", di cosa sia e debba essere "femminile".

E a volte pesa sulle donne come un macigno. Emblematico il tema della cattiva madre". Aleggia, scrive Grazia Zuffa, psicologa, già senatrice per il Partito Democratico, "la rappresentazione della donna criminale che col reato tradisce la femminilità e la vocazione materna". Del resto, nei secoli il carcere femminile era prevalentemente in mano alle suore, fa notare Nicoletta Gandus, erano sostanzialmente donne devianti dal modello.

Stereotipi e pregiudizi segnano dunque la reclusione femminile, da sempre assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Spesso poi le donne non sono informate tempestivamente e restano escluse dalla cultura premiale che regola l'accesso a pene alternative, permessi, lavoro all'esterno e questo rappresenta un ulteriore elemento di sofferenza. Ma sono anche tante le testimonianze, riportate nel libro, che mostrano il potenziale di queste donne, la loro volontà di uscire dal ruolo di vittime passive. "Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria", nota Grazia Zuffa.

"Si cade, ci si può rialzare più forti di prima; so che è difficile però ho affrontato di tutto e affronterò anche questo", dice una detenuta. E un'altra: "Non ho perso questo voler bene a me stessa, questo posto non è riuscito ad annullarlo. Preferisco parlare quando il dolore è passato, perché non mi piace sentirmi una vittima".

Racconta un'altra ancora: "In fondo non mi costa niente compilare una domandina per una che non sa l'italiano, aiutare in qualche modo. Perché dà soddisfazione anche a me... è una cosa che comunque fa stare bene anche me, è uno scambio che mi gratifica".

E poi c'è il tempo che non passa mai: "Io mi sono inventata una valanga di cose da fare. C'era il teatro, mi sono offerta volontaria per cucire i vestiti da teatro; in cucina sono senza grembiuli, mi sono offerta volontaria per cucire i grembiuli... Se un'amica mi dice aggiustami una gonna, gliela riparo".

Tempo ma anche responsabilità, memoria, legàmi e cura sono parole chiave di un ritratto collettivo, scrive Susanna Ronconi, che dà l'idea di quanto sarebbe importante sostenere le strategie di queste donne. Soprattutto facilitando l'accesso alle pene alternative e limitando la carcerazione cautelare, che colpisce più le donne degli uomini. E conclude: il 75% delle donne incontrate nei cinque anni del percorso di ricerca hanno reati minori e pene sotto ai tre anni. Perché devono essere recluse?

Esistono tuttavia alcuni isolati esempi positivi, come l'Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icam) di cui parla Marianna Grimaldi, educatrice professionale. Un'esperienza pilota, avviata nel 2006 grazie all'intervento del giornalista Candido Cannavò e del direttore Luigi Pagano che promuovevano una campagna di sensibilizzazione, condividendo una visione allora quasi utopica, portare all'esterno delle mura di San Vittore tutti i piccoli e le loro madri benché detenute. A tutt'oggi nella sezione distaccata sono state ospitate circa 350 donne, con i loro bambini da 0 a 6 anni, che hanno potuto usufruire di un progetto educativo relazionale in una prospettiva di prevenzione e di collaborazione con le risorse del quartiere. Della difficoltà di garantire l'interesse superiore del minore scrive la docente di diritto penale Claudia Pecorella, ripercorrendo le tappe del graduale adeguamento normativo all'esigenza di non interrompere il rapporto madre-figlio.

Interventi culturali e formativi sono essenziali per mitigare il senso di isolamento anche per coloro che si trovano nelle situazioni più estreme, come le detenute transgender, a rischio di ghettizzazione, e le straniere. Eva Banchelli, germanista che lavora come volontaria all'associazione Naga, spiega le fragilità delle detenute straniere, per le quali peraltro mancano dati e studi di riferimento. "Portano su di sé il peso di una tripla assenza: dal Paese di origine, dal Paese d'arrivo e da quel Paese a parte che è il carcere, con i suoi codici, le sue regole, il suo linguaggio così difficile da imparare e che significheranno, nel loro caso, non solo reclusione, ma una spesso insormontabile esclusione".

Aggiunge Nicoletta Gandus che nel libro il tema specifico della detenzione femminile è stato inserito nel più ampio contesto della situazione carceraria italiana, con una sorta di "bigino" sull'evoluzione storica del carcere e della pena. Dando conto inoltre delle proposte contenute negli Stati Generali dell'esecuzione penale del 2016.

Un lavoro enorme quest'ultimo, voluto dall'allora ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, per lo studio di una diversa esecuzione penale più aderente alla Costituzione, dove si auspicava la messa a punto di misure alternative alla detenzione, "con un lungimirante e razionale ripensamento sulla funzione e sulla funzionalità delle risposte sanzionatorie". "Prima proposta organica, per quanto imperfetta e incompleta, formulata dopo la legge del 1975, diventata ancora più imperfetta con i decreti attuativi dall'ex ministro degli Interni Matteo Salvini, che sosteneva invece la necessità di costruire più carceri", afferma Nicoletta Gandus.

Qualcosa comunque si muove: si è appena svolta a Milano, il 3/4 ottobre la conferenza nazionale dei garanti dei detenuti, durante la quale Stefano Anastasia, invitando a spezzare l'equazione tra pena e carcere, ha lanciato l'idea di una riconvocazione autonoma degli Stati Generali per capire che cosa si può fare con l'attuale legislazione. Le donne sono una minoranza, conclude Nicoletta Gandus, ma proprio da questa minoranza potrebbe partire un cambiamento nei fatti, per riguardare poi l'intera popolazione carceraria.

Il libro, l'appuntamento - La presentazione: del libro "Doppia pena. Il carcere delle donne" (edizioni Mimesis/Eterotopie 2019, pag. 114) si parla sabato 12 ottobre, dalle ore 16 alle 20, alla Casa delle donne di Milano, in via Marsala 8. Al dibattito, cui partecipa Franco Maisto, garante dei detenuti di Milano, segue il monologo di Claudia Fontana "Io non faccio eccezione". Coordina Nicoletta Gandus.

 

 

 

 

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