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Mostre. "Prigionieri" PDF Stampa
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di Gaetano Vallini


L'Osservatore Romano, 12 ottobre 2019

 

Le immagini del fotografo romano Valerio Bispuri trasudano dolore e solitudine restituendo un senso di angoscia e di infinita tristezza. Quello del carcere è un mondo a parte: rassicurante per chi sta fuori e che preferirebbe non sapere nulla di quanto vi accade, devastante per coloro che sono costretti a viverci dentro, perché la pena detentiva non consiste nella sola privazione della libertà, ma spesso anche in un'umiliante perdita della propria dignità.

Una situazione di progressivo degrado e abbrutimento contro cui s'infrange l'aspirazione di poter restituire un giorno alla società uomini e donne capaci di reinserirsi a pieno titolo nel tessuto civile. Una dura e triste realtà mostrata senza possibilità di fraintendimenti dalle 103 fotografie di Valerio Bispuri contenute nel libro Prigionieri, un viaggio quasi dantesco nei gironi delle carceri italiane, secondo capitolo di un racconto iniziato nell'inferno delle prigioni sudamericane.

Bispuri, romano, 48 anni, è il primo fotografo ad aver ottenuto dal Dipartimento amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia l'autorizzazione a visitare alcuni dei più importanti istituti di pena del paese, e il risultato è un documento crudo, senza filtri, sulla condizione delle carceri e di chi ci vive. Ma non solo. Perché Prigionieri (Roma, Contrato, 2019, pagine 173, euro 39), al pari del precedente lavoro, Encerrados (2014), si presenta soprattutto come una vera e propria indagine antropologica che l'autore porta avanti da tempo sul tema della libertà perduta per la conseguenza di un crimine, di una dipendenza e dell'emarginazione sociale.

Il viaggio nelle carceri italiane è durato tre anni, durante i quali il fotografo ha visitato dieci istituti di pena: l'Ucciardone a Palermo, Poggioreale a Napoli, Regina Coeli e Rebibbia Femminile a Roma, Capanne a Perugia, Bollate e San Vittore a Milano, il carcere della Giudecca a Venezia, la Colonia penale di Isili a Cagliari e il piccolo penitenziario di Sant'Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino.

Strutture di varia grandezza ed età, e con diversi gradi di sicurezza. Ma a guardarli attraverso l'obiettivo della macchina fotografica di Bispuri sembrano tutti uguali. Le immagini, rese ancora più drammatiche da un bianco e nero livido e granuloso, mostrano problemi comuni: il sovraffollamento, la precarietà dei fabbricati, la mancanza di personale, la difficoltà nell'organizzare programmi di rieducazione del detenuto. Ma ancora di più raccontano i drammi personali e collettivi di uomini e donne rinchiusi in spazi angusti e fatiscenti, in quelli che appaiono quasi come non-luoghi, fermi in un tempo indefinito e, sebbene spesso al centro delle città, percepiti come invisibili. Come i loro ospiti.

Invisibili e soli. "In questi tre anni - scrive infatti Bispuri nel fascicolo accluso al libro fotografico - ho avuto l'opportunità di conoscere da dentro il mondo delle carceri italiane e l'idea che ne ho ricavato è di una solitudine sconfinata: i detenuti sono permanentemente a contatto tra di loro, eppure sono sempre soli, in qualsiasi momento della giornata". La solitudine di corpi che, in giornate insopportabilmente lunghe, si aggirano in celle anguste dalle pareti scrostate, lungo stretti corridoi, cortili piccoli e soffocanti con alti muri e inferriate. I suoni sono sempre gli stessi - lo sbattere di spessi cancelli, il risuonare di piccoli passi, il bisbiglio di decine di voci che si confondono - e pare persino di sentirli.

Microcosmi - Bispuri per descrivere una delle carceri usa l'immagine efficace di astronave decadente - dove si confondono lingue, rumori, umori; dove le persone private della libertà tentano disperatamente di ricostruire affetti e abitudini, di conservare un barlume di umanità. Significative le foto in cui le detenute si truccano, si abbracciano. O quelle dei detenuti che cercano di tenersi in forma, come l'uomo che solleva improvvisati manubri i cui pesi sono ricavati da confezioni di bottiglie di plastica piene d'acqua. O quello, osservato da altri due carcerati, appeso a una sbarra agganciata a una finestra: un'immagine che mostra però un inatteso simbolismo, presentandosi come una sorta di "crocifissione". Blasfema la definisce in uno dei testi di commento al volume lo scrittore Edoardo Albinati, che da oltre vent'anni lavora come insegnante a Rebibbia, ma carica di drammatico realismo.

Nel suo ultimo romanzo, Il confine, terzo capitolo di una ponderosa trilogia sul narcotraffico in America, Don Winslow dedica una pagina particolarmente toccante alla descrizione dei penitenziari. "Le carceri - scrive tra l'altro - sono palazzi del dolore. Se i muri potessero parlare, urlerebbero". Ecco, le foto di Bispuri urlano, trasudano dolore e ci restituiscono un senso di angoscia e di infinita tristezza. "Non si può non restare senza fiato - sottolinea Albinati - di fronte all'impressione più forte comunicata da queste fotografie: in galera (come del resto non sono in pochi ad augurarsi...) ci si marcisce dentro. Così come sono fatte queste prigioni, ci si marcisce e basta. Altro che! Le persone marciscono, i loro corpi si sfasciano, la loro mente pure, l'umanità non si riscatta o riabilita, semmai ulteriormente si degrada".

Un degrado che si legge soprattutto sui volti. Solcati da rughe profonde e da cicatrici, talvolta segnati da tatuaggi (come molti corpi), sono lo specchio di vite difficili, spesso oltre il limite. Allo stesso tempo sono testimonianze di esistenze che anche prima sembravano avere poche possibilità di un futuro diverso. Non che delinquere sia una strada obbligata, ovviamente, ma statistica e sociologia confermano un fenomeno sociologicamente reale, come spiega in un altro commento Stefano Anastasia, fondatore e presidente onorario dell'Associazione Antigone, Garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria: "Si vedono, si riconoscono nelle immagini di Bispuri le persone predilette dal sistema penitenziario: hanno origini territoriali ed estrazioni sociali determinate. Un terzo, si sa, sono stranieri, quasi la metà meridionali".

E se negli anni passati la gran parte della popolazione penitenziaria era composta da persone provenienti da regioni del Mezzogiorno, oggi una buona parte di questi ultimi sono stati sostituiti da immigrati. Perché, spiega, Anastasia, "nella speciale classifica della non abbienza i migranti, in particolare se irregolari (come la nostra legislazione li preferisce), non sono solo poveri, ma anche privi dei più elementari diritti civili, e dunque esposti quanto altri mai alla necessità del lavoro illegale e, all'occorrenza, criminale".

Se la vita ti ha messo su un binario sbagliato, l'impressione successiva è che gli scambi lungo la linea siano tutti bloccati, la destinazione segnata. E così, nonostante la professionalità, l'impegno e l'umanità degli operatori e di tanti volontari, l'esperienza del carcere aggiunge dolore a dolore, lo amplifica, e lo espande. Bispuri è andato alla ricerca di questo dolore per documentarlo, ma anche per raccontare quell'umanità che prova a resistere, cercando di non cedere alla disperazione, aggrappandosi ostinatamente a frammenti di apparente normalità: una partita a carte, a bigliardino, a calcetto; una lezione in un'improvvisata aula scolastica o in un piccolo laboratorio.

"Più di tutto - annota il fotografo - sono stato a stretto contatto con i detenuti: ho pranzato nelle loro celle, ho ascoltato i loro racconti, ho condiviso i loro pianti e le loro risate. Abbiamo vissuto momenti che sembravano quotidiani". E "alla fine di questo lungo viaggio - conclude - rivedo un sorriso, una mano che si stringe, un abbraccio, il lamento e la paura di chi sa che il tempo è sempre uguale. Rivedo gli spazi stretti, la mancanza vitale di una speranza e il terrore mascherato delle giornate. L'ultima immagine che ritorna è quella di un detenuto di Regina Coeli che gioca da solo a pallone durante l'ora d'aria".

A chi attraverso questi scatti ha percorso in piccola parte quello stesso viaggio, resta una sensazione di profondo disagio. In Prigionieri ci s'imbatte in una sconfitta: quella di una società che non riesce a coniugare le esigenze della giustizia - che prescrive di scontare una giusta pena per un delitto - e la necessità di garantire il rispetto della dignità delle persone recluse, offrendo al contempo un percorso riabilitativo e di reale reinserimento. Perché, come ha detto di recente Papa Francesco ai membri dell'Amministrazione penitenziaria italiana, se non si garantiscono condizioni di vita decorose ai detenuti, "le carceri diventano polveriere di rabbia". E, ha aggiunto, "se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".

 

 

 

 

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