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Siria. Quei 12mila soldati Isis prigionieri che adesso possono essere liberati PDF Stampa
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di Gianandrea Gaiani


Il Mattino, 12 ottobre 2019

 

Non sono solo i curdi siriani ma anche Mosca e le agenzie di intelligence europee lanciano l'allarme per la possibile liberazione dei 12 mila miliziani dell'Isis e dei 70 mila loro famigliari prigionieri dei curdi nel nord della Siria, tra i quali vi sono moltissimi bambini e adolescenti indottrinati alla causa del Califfato e potenzialmente addestrati a compiere attacchi e attentati suicidi.

Nei giorni scorsi il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha cercato di rassicurare l'Occidente affermando che i prigionieri non verranno liberati e che i 2.500 foreign fighters presenti nei campi di detenzione verranno estradati nei paesi d'origine, inclusi quelli europei che finora hanno rifiutato i rimpatri di miliziani e terroristi opponendosi alle richieste in tal senso degli Stati Uniti. Il ritiro delle forze americane dal nord della Siria, dove i turchi stanno istituendo la fascia di sicurezza di 32 chilometri, pone i presupposti che potrebbero favorire la "resurrezione" dello Stato Islamico.

Il comando curdo paventa infatti il rischio che miliziani e i loro famigliari possano venire liberati dai turchi e diventare "una minaccia alla sicurezza locale e internazionale" ma se è comprensibile che i curdi vogliano accentuare le pericolose conseguenze derivanti dall'offensiva turca non si può negare che l'allarme sia motivato da diverse valutazioni. Fonti russe affermano che i campi di prigionia sono stati abbandonati dalle guardie curde e il rischio di fughe dei prigionieri sarebbe quindi già qualcosa di più di un'ipotesi e Mosca teme il ritorno a casa di molti combattenti caucasici e delle repubbliche asiatiche dell'ex Urss.

Inoltre la Turchia ha avuto un ruolo chiave nell'avvio della rivolta armata contro il regime di Bashar Assad armando e inquadrando il cosiddetto Esercito Siriano Libero (Esl) le cui milizie oggi affiancano le truppe di Ankara nell'operazione nel nord della Siria. Al tempo stesso Ankara ha sostenuto lo Stato Islamico tra il 2014 e il 2016 nella campagna contro i curdi. Molti miliziani dell'Isis feriti durante la battaglia di Kobane vennero curati negli ospedali turchi mentre il petrolio estratto abusivamente dal Califfato dai pozzi occupati in Iraq e Siria venne venduto illegalmente in Turchia.

Negli ultimi anni l'appoggio turco allo stato islamico è venuto meno, determinando una recrudescenza degli attentati jihadisti in territorio turco, ma oggi ci sono le condizioni per una nuova cooperazione tra Ankara e le milizie dell'Isis in funzione anti-curda. La liberazione o la fuga dei prigionieri jihadisti potrebbe alimentare nuovamente il conflitto a sud della fascia di sicurezza occupata dai turchi, dove i curdi ormai abbandonati dagli statunitensi potrebbero presto saldarsi con le truppe governative siriane schierate oggi per lo più a ovest dell'Eufrate. In quella regione le milizie dell'Isis sono ancora presenti ma con poche, piccole unità.

L'arrivo degli ex prigionieri costituirebbe in grave problema di sicurezza per la regione dove peraltro dovranno venire ospitati 2,5 milioni di civili curdi in fuga dai territori occupati dai turchi in cui Ankara intende trasferire 3 milioni di profughi siriani. Non è forse casuale che l'Isis abbia rialzato la testa, attaccando postazioni curde proprio lungo il confine turco alla vigilia dell'avvio dell'offensiva di Ankara.

Episodio che potrebbe costituire l'indizio di una possibile intesa tra i turchi e le milizie jihadiste mentre l'eventuale liberazione dei prigionieri dell'Isis è vista come una minaccia pure al di qua del Bosforo dove l'intelligence teme che molti jihadisti cerchino di raggiungere l'Europa. Anche mischiandosi agli immigrati illegali i cui flussi verso la Grecia sono già da tempo in vertiginoso aumento e che potrebbero trasformarsi in ondate (come nel 2015) se Erdogan dovesse aprire le frontiere occidentali come minacciato nei giorni scorsi.

Tra i terroristi che potrebbero infiltrarsi non ci sono solo foreign fighters che vorrebbero "tornare a casa" ma anche combattenti arabi e asiatici del Califfato che preferirebbero raggiungere l'Europa piuttosto che affrontare, esecuzioni sommarie, impiccagioni o dure prigionie in Iraq e Siria. Il vecchio Continente continua infatti a essere una sorta di paradiso per i veterani del jihad: solo pochi dei foreign fighters rientrati dopo la caduta di Raqqa e la fine del Califfato sono stati arrestati mentre la gran parte resta a piede libero sorvegliata con discrezione dai servizi di sicurezza. Sia la Ue che i singoli Stati hanno annunciato e varato piani ben poco repressivi ma improntati al recupero sociale dei veterani del jihad con programmi di welfare che prevedono sussidi e persino corsi universitari pagati ai terroristi dell'Isis.

 

 

 

 

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