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Yemen. Un Paese sotto tortura da 5 anni ormai prossimo a diventare il più povero del mondo PDF Stampa
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La Repubblica, 12 ottobre 2019


Le stime dell'Onu: avverrà entro il 2022, quando il 79% della popolazione risulterà al di sotto della soglia di povertà. Ad oggi, il conflitto ha provocato oltre 90mila vittime, civili e combattenti. Lo Yemen è "sotto tortura" da anni per un conflitto sanguinoso che ha innescato la più grave crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale.

È di oggi la notizia secondo la quale diventerà anche il Paese più povero al mondo, se la guerra dovesse continuare in un prossimo futuro. È quanto emerge da un rapporto elaborato dagli esperti delle Nazioni Unite, secondo cui "se i combattimenti continuano fino a tutto il 2022", il 79% della popolazione risulterà al di sotto della soglia di povertà. Lo si apprende da Asianews. Il rapporto pubblicato il 9 ottobre sorso dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) mostra inoltre che, già oggi, il 65% degli abitanti del Paese è "classificato come estremamente povero". A causa della guerra, infatti, la povertà nello Yemen è balzata dal 47% della popolazione nel 2014 al 75% (previsto) per la fine del 2019.

L'intervento militare saudita e l'80% della gente da assistere. La nazione araba, già da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenti dall'Iran, hanno conquistato la capitale Sana'a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l'intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Ad oggi, il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e - fonti Onu - innescato "la peggiore crisi umanitaria al mondo", con circa 24 milioni di yemeniti (l'80% della popolazione) che necessitano di assistenza umanitaria. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.

Gli spiragli di dialogo. "La guerra - afferma Auke Lootsma, responsabile Yemen per lo Undp - non ha solo innescato la più importante crisi umanitaria al mondo, ma ha pure sprofondato la nazione in un vicolo cieco senza prospettive di sviluppo". La situazione attuale, aggiunge, minaccia di trasformare la popolazione yemenita "nella più povera al mondo", una situazione che "una nazione già sofferente non è certo in grado di poter sostenere nel futuro". Sul fronte diplomatico si muovono ancora spiragli di dialogo fra i ribelli Houthi e il governo riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto da Riyadh. Ieri le milizie filo-Teheran hanno proposto un nuovo scambio di prigionieri, fra i quali vi sono anche 2mila detenuti, dopo aver liberato a inizio mese quasi 300 persone, compresi cittadini sauditi.

Il "gesto distensivo" degli Houthi filo iraniani. Analisti ed esperti parlano del più importante "gesto distensivo" degli Houthi in una prospettiva di allentamento della tensione e di distensione con il fronte nemico vicino ai sauditi. "Abbiamo detto ai mediatori locali - afferma Abdul Qader al-Murtada, capo del comitato Houthi per le questioni riguardanti i prigionieri - che siamo pronti ad applicare uno scambio di prigionieri entro una settimana. Restiamo in attesa di una risposta dalla controparte". Al momento non si sono registrate ancora risposte ufficiali dal governo yemenita, anche se - a livello ufficioso - si parla di passo positivo in un'ottica di distensione.

Le ragioni di un conflitto così lungo e spaventoso. Lo Yemen - al di là del racconto quasi esclusivamente "umanitario" che se ne fa, tra i civili uccisi, gli sfollati, gli stupri, il colera... - ha una sua grande rilevanza strategica. Non ci vuole molto a capire la portata cruciale di questo Paese: basta dare uno sguardo alla carta geografica, per capire le ragioni per cui i gruppi jihadisti come Al Qaeda abbiano avuto facile accesso e perché gli Usa e l'Arabia Saudita coalizzati siano lì a tutelare i loro enormi interessi. Lo Yemen si trova, infatti, nel punto più estremo della Penisola arabica e sotto i suoi occhi, ogni giorno, passano milioni di tonnellate di petrolio, milioni di tonnellate di merci, e tutto questo nel bel mezzo di una guerra, con un altro "attore" della scena come l'Iran, sempre meno silente, che nello Yemen ha un suo presidio militare rappresentato, appunto, dagli Houti.

Quando la posizione geografica gioca un ruolo ostile. Il destino di un popolo non è mai disgiunto dalla posizione geografica dove ha radicato la sua storia, la sua cultura, la sua economia. Gli yemeniti, dunque, non godono di una situazione geopolitica "amica".

La riconquista del porto di Hudaya, città portuale assediata dalla coalizione Usa-Arabia Saudita per essere strappata dalle mani delle forze armate filoiraniane degli Houthi, non ha altro scopo se non quello di riconquistare una postazione di importanza strategica sulle rotte che solcano il Mar Rosso. In particolare, c'è da tener d'occhio lo stretto di Bab el Mandeb, dove tutti i Paesi che si affacciano su quel mare, colossi economici regionali come l'Arabia Saudita e Israele, non possono prescindere dal volume di traffici commerciali che si muovono proprio lì. Un luogo che - se si osserva ancora una volta una carta geografica - altro non è che il cancello d'ingresso del Canale di Suez.

 

 

 

 

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