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Vittime di reati violenti: la Cassazione sbaglia davanti alla Corte Ue PDF Stampa
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di Enrico Traversa


Il Sole 24 Ore, 11 ottobre 2019

 

Una recente ordinanza di rinvio della Cassazione alla Corte Ue (causa C-129/19) ha riacceso i riflettori sulla trasposizione nella legislazione italiana della direttiva 2004/80/CE sull'indennizzo dello Stato alle vittime di reati intenzionali violenti. Un atto legislativo europeo di altissima civiltà giuridica che prevede due principali obblighi per gli Stati membri.

Il primo è l'istituzione di "un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime" (articolo 12, paragrafo 2). Il secondo (articoli 1-11) consiste nel facilitare, con apposite procedure di cooperazione fra le amministrazioni competenti, l'accesso a tale sistema da parte delle vittime residenti in altri Stati membri che si trovano temporaneamente nello Stato membro in cui è stato commesso il reato.

La direttiva andava recepita entro il 1° luglio 2005, ma ci sono voluti 11 anni e due sentenze della Corte Ue per arrivare alla fine di un iter tormentato, con la legge 122/2016 (poi modificata in parte dalla 167/2017 e dalla legge 145/2018). Ora in Italia c'è un sistema generalizzato di indennizzo per le vittime di tutti i reati dolosi commessi con violenza alla persona e non solo per mafia e terrorismo. La determinazione dell'indennizzo è stata rimessa dall'articolo 11, comma 3, della legge 122/2016 a un Dm Interno-Giustizia, approvato il 31 agosto 2017: 7.200 euro in caso di omicidio, 4.800 per violenza sessuale e per gli altri reati un massimo di 3mila euro.

La Cassazione ha posto alla Corte Ue due importanti quesiti. Con il primo, partendo dalla constatazione che la direttiva garantisce l'accesso all'indennizzo solo a vittime residenti in altri Stati membri, si chiede se si può estendere il novero dei beneficiari della direttiva alle vittime residenti in Italia in virtù del principio di non discriminazione sulla base della nazionalità (articolo 18 del Trattato Ue). Una risposta positiva renderebbe rilevante per la Cassazione quella al secondo quesito, cioè se sia da considerare "indennizzo equo e adeguato" in base all'articolo 12.2 della direttiva una cifra fissa di 4.800 euro per i reati di violenza sessuale.

È molto probabile che la Corte Ue risponderà negativamente al primo quesito: il divieto di discriminazioni invocato dalla Cassazione tutela per giurisprudenza costante solo i cittadini di altri Stati membri e non vale nelle cosiddette discriminazioni a rovescio, cioè i trattamenti meno favorevoli riservati ai cittadini residenti nello stesso Stato in cui è stato commesso il reato, rispetto ai cittadini residenti in altri Stati membri.

La Cassazione avrebbe dovuto motivare in tutt'altro modo la pertinenza del suo primo quesito, ispirandosi a quanto saggiamente spiegato dalla Corte d'appello di Milano alla Corte Ue nella causa C-451/03: "Il suo diritto nazionale impone di far beneficiare un cittadino italiano degli stessi diritti di cui godrebbe in base al diritto dell'Unione un cittadino di uno Stato membro nella medesima situazione" (punto 29).

In due sentenze degli anni 90 - 249/1995 (lettori di lingua straniera nelle università) e 443/1997 (produttori italiani di pasta) - la Corte costituzionale ha infatti affermato che il principio di uguaglianza sancito dall'articolo 3 della Costituzione impone al legislatore italiano, e a maggior ragione ai giudici, di estendere ai cittadini italiani gli stessi diritti che l'ordinamento europeo dà ai cittadini di altri Stati membri. Tale principio - si badi bene: di rango costituzionale - è trasposto nell'articolo 53 della legge 234/2012 che prescrive la disapplicazione delle norme legislative e delle prassi interne "che producono effetti discriminatori" a danno dei cittadini italiani rispetto ai cittadini di altri Stati membri.

Quindi la Cassazione avrebbe fatto meglio a porre solo il secondo quesito - quello sì cruciale - sull'interpretazione dell'articolo 12 della direttiva sull'adeguatezza dell'importo fisso di 4.800 euro. Ciò per la semplice ragione che se tale importo comportava una violazione di quell'articolo 12 relativamente ai cittadini Ue, la disapplicazione del Dm 31 agosto 2017 avrebbe riguardato anche i cittadini italiani, in forza dell'articolo 3 della Costituzione e dell'articolo 53 della legge 234/2012.

A parte l'indignazione, vi sono solide motivazioni giuridiche per ritenere che nei confronti di una donna vittima di violenza sessuale l'indennizzo a carico dello Stato debba essere ben superiore a 4.800 euro. In primo luogo, le leggi speciali sugli indennizzi alle vittime di terrorismo e criminalità organizzata prevedono importi fino a 200mila euro o, nei casi di violenza per manifestazioni sportive, l'intero ammontare del danno subìto.

In secondo luogo, un importo fisso non consente di tener conto dei criteri in uso nei tribunali civili per valutare il danno nei singoli casi, quali la gravità della violenza, la giovane età della vittima e le conseguenze psicologiche del trauma. In terzo luogo, la Corte Ue ha già affermato in una sua precedente sentenza (C-168/15, punto 38) che le norme nazionali sulla responsabilità dello Stato devono garantire il carattere "effettivo" del risarcimento del danno.

Qualunque sia il contenuto della futura sentenza della Corte Ue, vi è quindi da sperare che la causa pregiudiziale C-129/19 induca il Governo a rivalutare l'importo dell'indennizzo. Oggi - rileva la Cassazione nell'ordinanza di rinvio, è "nell'area dell'irrisorio".

 

 

 

 

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