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Bergamo. Messa alla prova e pene alternative, un progetto sulla forza dei legami familiari PDF Stampa
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di Giuliana Ubbiali


Corriere della Sera, 11 ottobre 2019

 

C'è il grafico che ha insegnato ai bambini disegnare, la prof che ha dato ripetizioni, il parrucchiere che ha tagliato i capelli ai nonni di una casa di riposo, l'esperto di karate che ha impartito lezioni di difesa. Sono persone che hanno riparato a reati per lo più bagatellari con quello che meglio sapevano fare. Si chiama messa alla prova, sospende il processo e, se il programma viene rispettato, estingue il reato.

Chi non ha competenze specifiche, si è reso utile in parrocchia, nelle associazioni, tanti al gattile o al canile, o per il proprio comune. Per chi ha causato un incidente sono previsti percorsi di rieducazione stradale e un incontro con i medici della Terapia Intensiva, dove la cura choc può essere una visita ai pazienti. I casi in carico all'Ufficio per l'esecuzione penale esterna sono 350 su 1.800 totali, che comprendono le persone in affidamento in prova, in detenzione domiciliare, ai lavori di pubblica utilità, in libertà vigilata.

C'è un prima e un dopo la condanna, e la carcerazione. Diversi percorsi di cui si parlerà oggi, al convegno "La cura delle relazioni familiari nei percorsi della giustizia", a partire dalle 8.30, all'auditorium Lucio Parenzan del Papa Giovanni. Sono coinvolti l'ospedale di Bergamo, la Camera penale di Bergamo, il Centro per il bambino e la famiglia, l'associazione Nepios. Al centro, l'impatto della carcerazione sui rapporti con il coniuge e i figli, e la prospettiva di realizzare il progetto "family group".

"Da un lato lavoriamo sulle pene alternative, dall'altro sul rientro a casa del detenuto, affinché possa progettarsi verso il futuro, ripensarsi dentro la famiglia e la società", ne parla Maria Simonetta Spada, direttrice dell'Unità di Psicologia del Papa Giovanni. La famiglia è un supporto fondamentale anche per evitare il carcere, che a Bergamo ha 490 detenuti (30 sono stati trasferiti alcuni giorni fa).

Il condannato a una pena definitiva fino a quattro anni può scontarla in affidamento in prova. Non sarà mai come stare dietro le sbarre, ma prevede controlli, limiti negli spostamenti e attività in positivo per dimostrare di voler riparare agli errori. Non è scontato che venga concesso. Così come la detenzione domiciliare, che richiede una casa e una famiglia disposta ad accogliere. È più difficile per gli stranieri, spesso qui soli.

Esistono anche i lavori di pubblica utilità, come sanzione sostitutiva. La durata dipende dalla pena, sono comunque molte ore e questo aumenta l'impegno. Chio sgarra, perde il beneficio dell'alternativa. Il giudice decide, molto del lavoro è dell'Uepe, che ha in carico anche i vigilati di pubblica sicurezza. La pianta organica è di 14 persone, ce ne sono 13. Una è la funzionaria, un'altra è la responsabile d'area, che però se ne andrà a Brescia.

Due agenti di polizia penitenziaria lavorano uno come autista e l'altro alla banca dati. Gli altri sono liberi professionisti. Manca il personale di segreteria, rientrato in carcere. E c'è l'incognita della sede, ora in Piazza della Libertà. L'ipotesi è l'ex chiostro della Maddalena, ma potrebbe servire al tribunale per allargarsi.

 

 

 

 

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