Lunedì 21 Ottobre 2019
Redazione
Direttore
Ristretti come Homepage

Login



 

 

Siria. Tra i detenuti anche jihadisti italiani. "Se tornano difficile condannarli" PDF Stampa
Condividi

di Marco Ventura


Il Messaggero, 11 ottobre 2019

 

Ci sono italiani tra i jihadisti nei campi di detenzione controllati finora dai curdi nel nord della Siria. E non si sa che fine faranno. Perché i curdi sostengono di non essere più in grado di garantirne il controllo. Stati Uniti e Gran Bretagna si stanno muovendo per trasferire in luoghi sicuri, e processare, i soggetti più pericolosi.

Ma per centinaia di combattenti di non si sa quante nazionalità (50, 60, c'è chi dice di più), non è chiaro il destino. Senza contare lo scarico di responsabilità tra europei, curdi e americani, ma anche siriani e iracheni "ufficiali", sulla giurisdizione dei processi, sull'eventualità della creazione di una Guantánamo mediorientale e la "presa in carico" di jihadisti pro-Isis per i quali, in base agli standard occidentali, è praticamente impossibile istruire un'indagine o raccogliere prove di crimini commessi.

Gli esperti di diritto internazionale e non solo si stanno interrogando, in Italia, su come trattare il dossier. Perché oggi non esiste uno strumento legislativo per perseguire i combattenti dell'Isis italiani, una volta rientrati. C'è la legge che punisce il reclutamento, specie via Internet, ma non quella che serve a condannare un seguace e miliziano del Califfato che abbia preso la via di casa. Il risultato è che finora anche l'Italia, come altri Paesi europei, ha avuto le mani legate (e scarsa volontà) nell'operazione di "rimpatrio" dei propri jihadisti. "Tecnicamente non so quanti siano, ma so che ci sono italiani", ha detto ieri il presidente della regione dell'Eufrate ed ex sindaco di Kobane, Anwar Muslem, all'Aki-Adnkronos.

"Quando la Turchia entrerà nel Rojava", regione presidiata dalle milizie curde Ypg (Protezione del Popolo), dice Muslem, "non potremo più controllare i detenuti dell'Isis che attraverso la Turchia si sparpaglieranno in tutto il mondo, perché sono cittadini di 52 Paesi". Si tratta, rincara Dalbr Jomma Issa comandante delle Ypg femminili, di elementi "molto pericolosi non solo peri curdi, ma per l'intera umanità. Noi - aggiunge - non pensiamo di rilasciarli, ma non sappiamo neanche noi fino a quando possiamo sorvegliarli. In tante città ci sono cellule dormienti che ora, nel caos, iniziano a muoversi".

Trump ribadisce che saranno i turchi a occuparsi dei prigionieri. Ma è realistico? La linea di Ankara verso l'Isis è oggi di netta chiusura. Ma intanto nella disgregazione e nel "fai-da-te" generale in Siria, gli USa hanno preso in consegna e trasferito due membri britannici dell'Isis colpevoli di avere decapitato ostaggi. Sono Alexanda Kotey e El Shafee Elsheikh, componenti di un gruppo jihadista chiamato "i Beatles". Ma in Gran Bretagna non c'è la pena di morte e negli States, invece, sì. E finora il massimo che il Regno Unito abbia escogitato per evitare il rientro di famiglie jihadiste in patria è la revoca della cittadinanza, misura che presenta criticità legali non potendo nessuno ritrovarsi per il diritto internazionale nella condizione di apolide. Il che è successo a familiari di detenuti dell'Isis con passaporto della Regina.

La realtà è che pochi Paesi si sono preoccupati finora di far rientrare propri concittadini: Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan, Russia, Kosovo e la stessa Turchia. Diciotto bambini in Francia, 16 tra adulti e minori negli USA, meno di una decina in Germania. E 8, 7 e 5 bambini rispettivamente in Australia, Svezia e Norvegia. Quattro francesi sono stati processati in Iraq, tra mille polemiche.

 

 

 

 

06


06

 

06

 

 06

 

 

murati_vivi

 

 

 

Federazione-Informazione


 

5permille




Tutti i diritti riservati - Associazione "Granello di Senape" Padova Onlus - C.F. 92166520285 - Powered by amani.it