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Ergastolo ostativo, dopo l'Europa il rischio Consulta PDF Stampa
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di Ilaria Proietti

 

Il Fatto Quotidiano, 10 ottobre 2019

 

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha le idee chiare: "L'unica pena che non finisce mai è quella che sono costretti a soffrire i familiari delle vittime della mafia". E per questo ritiene "non condivisibile" la decisione della Cedu che ha chiesto invece al nostro Paese di modificare la legge sull'ergastolo ostativo che impedisce a chi si sia macchiato di gravissimi reati di uscire dal carcere anche solo temporaneamente, a meno che non decida di collaborare con la giustizia.

"In casi del genere, come per il boss mafioso che decide di collaborare con la giustizia, in quel momento lo Stato ha la dimostrazione che è stato reciso il legame con la mafia" ha spiegato il Guardasigilli che ora però dovrà trovare una soluzione per superare i rilievi di Strasburgo a cui il 22 ottobre potrebbero sommarsi quelli della Consulta.

Chiamata a stabilire la costituzionalità delle norme che escludono l'accesso ai benefici di legge (e in particolare alle uscite temporanee dal carcere) agli ergastolani modello non formalmente dissociati dalla consorteria criminale. Sul tavolo il caso di Sebastiano Cannizzaro, in carcere dal 1998 per associazione mafiosa, che avrebbe avuto da allora "una condotta rispettosa del programma rieducativo" in carcere senza però poter mai usufruire di permessi premio: di lì il suo ricorso fino in Cassazione che poi ha rimesso alla Consulta la questione.

Una pronuncia di incostituzionalità potrebbe avere effetti dirompenti almeno quanto l'allarme che si è creato per la sentenza della Cedu che ha stabilito che l'ergastolo ostativo viola l'articolo 3 della Convenzione Europea sui Diritti umani.

Il Movimento 5 Stelle ieri ha convocato una specie di gabinetto di guerra per studiare le contromosse che possano in qualche modo sterilizzare gli effetti della pronuncia della Corte di Strasburgo a cui si preparano a bussare anche i boss più incalliti oggi condannati al regime del 41bis: il sottosegretario alla Giustizia Ferraresi più una nutrita delegazione di parlamentari grillini delle commissioni Giustizia di Camera e Senato si sono dati appuntamento negli uffici di Nicola Morra all'Antimafia per capire che fare.

Il prossimo passo sarà aprire il confronto con gli alleati di governo, specie con il Pd dove sul tema dell'ergastolo ostativo e del 41bis le sensibilità sono diverse. Stefano Vaccari della segretaria dem è netto: "Non concordiamo assolutamente con la sentenza europea: denota una scarsa conoscenza del fenomeno mafioso, della sua portata globale e degli strumenti atti a combatterlo. Così facendo si vanifica la tanto dolorosa quanto approfondita conoscenza maturata negli anni dal nostro Paese nel contrastare proprio questo fenomeno. Mettere in discussione l'ergastolo ostativo e il 41bis significa far tornare indietro la lotta alle mafie di un secolo. La legislazione antimafia italiana è presa a modello in tutto il mondo".

Ma non la pensano tutti così al Nazareno e non da ora. Nella scorsa legislatura Roberto Speranza e Enzo Amendola, che oggi sono insieme al governo Conte, uno per conto di Leu e l'altro per il Pd, avevano presentato un disegno di legge per depennare l'ergastolo e stigmatizzare in particolare quello ostativo definito dai due "una pena di morte al rallentatore, in insanabile contraddizione con la carta Costituzionale".

E lo stesso avevano fatto Sandro Gozi e il radicale Roberto Giachetti. Più recentemente Enza Bruno Bossio (l'unica deputata dem ad aver dichiarato in anticipo il proprio voto contrario all'arresto del forzista Diego Sozzani) ha presentato una proposta ora all'attenzione della commissione Giustizia della Camera.

Che punta a rivedere la preclusione assoluta all'accesso ai benefìci penitenziari da parte dei soggetti all'ergastolo ostativo che decidano di non collaborare. Al posto della collaborazione "potrebbe assumere rilievo un complesso di comportamenti che dimostrino il distacco del condannato medesimo dalle associazioni criminali: dissociazione esplicita, prese di posizione pubbliche, adesione a modelli di legalità, interesse per le vittime dei reati, radicamento del nucleo familiare in diverso contesto territoriale.

Ma anche l'impegno profuso per l'adempimento delle obbligazioni civili derivanti dal reato e, quindi, il concreto interesse dimostrato per attività di risarcimento o, più in generale, di riparazione in favore delle vittime del reati" si legge nella proposta della deputata del Pd. Che prevede esplicitamente che per negare l'accesso ai benefici debbano essere indicati puntualmente i collegamenti tra il condannato e il sodalizio criminale "infatti, frequentemente, - si legge ancora - la magistratura di sorveglianza per negare la concessione dei benefìci in questione si limita a trascrivere in modo apodittico, riproducendo il contenuto generico delle informative del comitato provinciale per la sicurezza pubblica o delle Forze di polizia, senza enunciare gli elementi di fatto dai quali ha tratto il proprio convincimento afferente i collegamenti del condannato con la criminalità". Chissà che ne pensa Bonafede.

 

 

 

 

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