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L'ex pm antimafia irrompe nel Csm, ma le correnti non sono sconfitte PDF Stampa
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di Liana Milella

 

La Repubblica, 10 ottobre 2019

 

È il magistrato antimafia più conosciuto e scortato in Italia, ma Nino Di Matteo arriva secondo nella corsa per conquistare un seggio da consigliere togato al Csm. Si ferma a 1.184 voti. In compenso il suo ingresso porta il gruppo di Piercamillo Davigo, Autonomia e indipendenza, a essere il primo a palazzo dei Marescialli con cinque esponenti.

A battere Di Matteo, conquistando il primo posto, è Antonio D'Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, una vita da pm tra Palmi, in Calabria, e Napoli, a fianco dell'ex procuratore Agostino Cordova. D'Amato viene votato da 1.460 colleghi, anche se, tra le 6.799 toghe che hanno imbucato la scheda nell'urna, Di Matteo è assai più conosciuto di lui. Ma nel voto di domenica e lunedì c'è un segnale che conta di più.

Perché, dopo l'inchiesta di Perugia per corruzione sull'ex pm di Roma Luca Palamara e la bufera che ha investito il Csm per il mercato delle nomine tra toghe e politica e ha costretto ben cinque componenti togati su 16 alle dimissioni, tra cui tre di Magistratura indipendente e due di Unicost, i giudici hanno deciso di votare proprio per un esponente di Mi, il gruppo più colpito numericamente dai ricaschi dell'inchiesta. È un fatto. Innegabile perché certificato dai numeri. Che fa dire all'ex segretario di Mi Antonio Racanelli (dimessosi dalla carica perché nei rapporti della Finanza c'erano tracce di suoi incontri con Palamara) che "la magistratura moderata esiste e si fa sentire". E pure un altro ex del Csm, il deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin, dice che "la magistratura moderata vince e si afferma".

A parte gli auguri a Di Matteo, M5S non parla del risultato, Né tantomeno lo fa il Pd. I 1.460 voti di D'Amato sono un punto fermo. Certo D'Amato, durante la sua campagna elettorale, ha ripetuto più volte "non sono il candidato di Cosimo Maria Ferri", una battuta mai smentita che suona come una presa di distanza dall'ex leader di Mi, divenuto sottosegretario alla Giustizia su input di Niccolò Ghedini, passato per tre governi, eletto con Renzi alla Camera nel Pd, e ora con lui in Italia viva. Proprio Ferri con il dem renziano Luca Lotti, fresco di rinvio a giudizio per Consip, era con Palamara negli incontri per le nomine.

Come leggere allora il voto del Csm, che all'inizio di dicembre si ripeterà per un'altra poltrona mancante? C'è una magistratura che svolta a destra? Il risultato non lo conferma perché, se è vero che nessuna delle toghe della sinistra di Area passa, tuttavia i risultati dei singoli candidati - il pm di Napoli Fabrizio Vanorio (615 voti), l'ex segretaria di Md Anna Canepa (584), Paola Cameran (311), la stessa Tiziana Siciliano, pm a Milano del caso Cappato (413), indipendente ma sostenuta da Area - dimostrano che molti consensi sono andati a sinistra.

Come ammette il segretario di Area Eugenio Albamonte, forse l'errore è stato quello di candidare molti magistrati con una conseguente dispersione del voto. All'opposto però non vince neppure Unicost, perché l'unico candidato, Francesco De Falco, il pm di Napoli noto per l'inchiesta sulla paranza dei bambini, si ferma a 950 voti.

L'attuale presidente di Unicost Mariano Sciacca smentisce che qualcuno dei suoi possa aver sostenuto D'Amato, ma più di una toga al Csm lo sostiene. Tant'è. Ora, come dicono i consiglieri davighiani, il loro gruppo sarà "il futuro ago della bilancia". Con toghe come Davigo, Di Matteo e Sebastiano Ardita da sempre polemiche sul correntismo. Le prossime due settimane saranno rivelatrici, perché bisognerà scegliere in commissione il pg della Cassazione e il procuratore di Roma. In pole rispettivamente Giovanni Salvi e Michele Prestipino.

 

 

 

 

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