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Milano. Le letture in pubblico dei condannati al "fine pena mai" PDF Stampa
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di Elisabetta Andreis

 

Corriere della Sera, 10 ottobre 2019

 

Opera, il ringraziamento dei detenuti: un'opportunità. Riconoscenti. Commossi. Emozionati. Non la finivano più di ringraziare per l'opportunità concessa, tutt'altro che scontata. Martedì 19 uomini che da decenni vivono isolati in un regime durissimo di ergastolo ostativo, per la prima volta sono potuti salire su un palco, in pubblico.

E' accaduto al penitenziario di Opera con il direttore Silvio Di Gregorio e la presidente del Tribunale di sorveglianza Giovanna Di Rosa, la platea piena di cittadini e studenti. In scena i detenuti, per lo più anziani, hanno letto un racconto di Friedrich Durrenmatt. Per combinazione, proprio nel giorno in cui la Corte europea ribadiva all'Italia la necessità di riformare l'istituto dell'ergastolo ostativo perché "degradante" e "inumano".

Quel regime, spiega Di Rosa, "esclude a priori la possibilità di qualunque permesso o beneficio, a meno che il recluso non accetti di diventare collaboratore di giustizia o sia provata la sua impossibilità a collaborare. L'eventuale cambiamento della persona dunque non viene valutato, nemmeno dopo decenni di carcerazione". In altre parole, chiarisce il legale Eugenio Losco della Camera penale di Milano, l'ostativo cristallizza la pena togliendo "al detenuto la speranza nel futuro" e al giudice "il potere di decidere con discrezionalità, caso per caso, se concedere (o no) un piccolo permesso premio".

In fondo il racconto rappresentato sul palco, La Panne - in cui un giudice, un avvocato e un boia in pensione dimostrano l'impossibilità umana di arrivare alla verità - diceva anche questo: lo Stato, per poter "correggere" chi ha sbagliato, dovrebbe prendere in carico la persona nel suo complesso e valutarla man mano, riducendo al massimo rigidità e automatismi. Altrimenti si rischia di ipotecare il futuro, come fosse già predefinito.

"Gli umani, nei decenni in cella, possono cambiare davvero, è questo il senso più profondo del carcere" spiega Losco che ha organizzato l'evento con le responsabili del laboratorio Donata Civardi e Patrizia Ferragina. Il trasporto era degli "attori" condannati al fine pena mai, uomini in quell'attimo responsabili, perché investiti di un po' di fiducia. Ma emozionatissimo era anche il pubblico, assicura chi era presente in sala. Dopo lo spettacolo alcuni hanno preso il microfono.

"Abbiamo bisogno di mostrarci per come siamo oggi. E nello sguardo di chi vive fuori che ci riconosciamo diversi - diceva un detenuto -. Quello che abbiamo fatto nel passato lontano non lo possiamo cancellare, resta come sofferenza infinita, colpa che espieremo per sempre. Ma siamo uomini nuovi". Rilanciava un altro, capelli bianchi e due lauree prese ad Opera: "Nel confronto coi volontari che ci sostengono nello studio troviamo il coraggio di ricostruirci.

Davanti agli altri capiamo quanto distruttivi siamo stati e quanto invece possiamo ancora sforzarci di crescere e maturare. A volte basta una carezza, un rito, la speranza di potersi presentare un giorno, meritevoli nonostante le colpe, di fronte alla società". Pareva una preghiera laica.

"Potremo mai restituire un po' di bene? Ci proviamo, con il lavoro in carcere". Il discorso ci riguarda profondamente: "Siamo chiamati tutti a interrogarci sulla possibilità di sbagliare, sulla nostra condotta", fa notare il direttore Di Gregorio. Grazie a lui i detenuti hanno potuto mostrarsi in una occasione unica, per ciò che hanno imparato.

"Diceva Durrenmatt che la verità delude sempre e resiste in quanto tale solo se non la si tormenta - ha chiuso ancora un detenuto. Qui di verità ne afferriamo una, intanto. Oggi abbiamo potuto sperare di non deludervi".

 

 

 

 

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