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L'ira degli indagati: "Certi detenuti andrebbero bruciati con la benzina" PDF Stampa
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di Michele Bocci


La Repubblica, 23 settembre 2019

 

L'assistente capo è contrariato. Alle 10 di mattina di un lunedì del gennaio scorso deve recarsi a Firenze, al Dap, "per quei fatti che sono successi ad ottobre - rivela a un collega indagato come lui - Cioè, andare a perdere una giornata lavorativa per andare eventualmente a giustificare l'operato delle persone, per uno che bisognerebbe pigliare la tanica di benzina, buttargliela addosso e dargli fuoco".

Si riferisce al detenuto tunisino che è stato pestato da 15 persone a San Gimignano. Gli agenti hanno fatto di tutto per non farsi vedere mentre tiravano calci e pugni: "Buona parte del personale operante si è posto in modo da creare una barriera all'inquadratura della telecamera", scrivono gli inquirenti.

"Alla fine credevo che fosse svenuto - ha testimoniato un altro detenuto che ha in parte assistito alla scena. Un agente, nel momento in cui si trovava a terra, diceva agli altri: "Fermi, così lo ammazzate".

Sembra una fine drammaticamente possibile a leggere la ricostruzione degli investigatori, secondo i quali quando viene riaccompagnato in cella, il detenuto cade e un assistente capo di 120 chili gli sale addosso con le ginocchia mentre un altro lo stringe per un braccio e un terzo lo afferra per il collo.

Ma dentro il carcere di San Gimignano, dove sono reclusi anche camorristi, 'ndranghetisti e trafficanti, le cose sarebbero difficili anche per altri detenuti. Soprattutto la notte. "Entravano in tanti nelle celle e avevamo paura - ha raccontato un testimone - In isolamento dormivamo a turno per non essere colti di sorpresa".

E un altro: "Spesso vengono gli agenti nelle celle e cercano di provocare per vedere se i detenuti reagiscono". Del resto uno degli indagati avvertiva: "Fate bene a non dormire la notte, torniamo in ogni momento, pedofili, mafiosi di merda, infami".

Sono queste parole, e anche alcune frasi piuttosto chiare degli stessi intercettati ("I fatti si sono un po' susseguiti nel tempo. Da uno sono diventati due, tre, quattro, cinque, sei") a far ritenere che gli episodi violenti potrebbero essere stati tanti. Ad colpire è l'inquietudine con cui alcuni degli stessi coinvolti si riferiscono ai due o tre considerati i leader del gruppo.

Dice un agente: "Lui, e anche l'altro, sono mine vaganti. Perché anche lui quando va dentro perde il capo. Io te lo dico. Perde completamente la testa". Qualcuno in servizio beve pure. "Perdono la testa anche perché spesso vanno carichi, non ragionano già di loro, figurati quando sono carichi".

E in effetti uno dei violenti si sfoga così con un compagno a gennaio, mesi dopo l'episodio al centro dell'indagine. "Sto troppo nervoso - dice - io mi arrabbio, hai capito o no? Questo continua a fare il malandrino, l'altra sera lo stavo ammazzando, io l'ho preso per i capelli dietro al collo, ho detto: io te la svito la testa, uomo di merda che sei. Hai capito che io ti ammazzo qui a terra? A casa nostra fai il malandrino?".

Alcuni membri del gruppo avevano rapporti pessimi con il resto del personale impiegato in carcere, soprattutto con chi non rispettava le loro regole un po' omertose. Una dottoressa è stata presa di mira perché refertando le condizioni del tunisino pestato ha riportato le sue dichiarazioni. Non avrebbe dovuto, secondo uno degli agenti, che più volte ha polemizzato con lei. Durante una discussione, tra l'altro, le ha toccato, pare accidentalmente, il seno con una mano, lei ha protestato e lui l'ha presa ancor più di mira, offendendola pesantemente in varie occasioni.

 

 

 

 

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