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Ravenna. La madre del detenuto suicida: "la sua morte non sia stata vana" PDF Stampa
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Corriere Romagna, 23 settembre 2019


Il giorno dopo i funerali che si sono tenuti nel Cervese la donna chiede maggior attenzione per chi in attesa dì giudizio vorrebbe entrare in comunità. "Mio figlio ce l'aveva quasi fatta ad uscire dal suo tunnel, ma lui come altri giovani sono spesso abbandonati da una burocrazia lenta e disinteressata". È solo uno dei passaggi più duri e commoventi del messaggio che arriva dalla madre del 23enne morto suicida nel carcere di Ravenna pochi giorni fa.

Un messaggio che ora la donna, nonostante il dolore indicibile che sta vivendo, ci tiene a rendere pubblico. Parole che vorrebbero essere una sorta di monito, ma anche sensibilizzare l'opinione pubblica sulle condizioni di tanti altri detenuti nelle carceri italiane. In carcere da agosto G. - che il prossimo ottobre avrebbe compiuto 24 anni - era in carcere dal 19 agosto scorso, quando era stato arrestato per avere rubato un borsello a un altro giovane. In quei giorni, però, era stato raggiunto anche da una ordinanza di custodia cautelare per stalking in seguito alla denuncia sporta dalla ex.

Per entrambi gli episodi era stato chiesto il giudizio immediato. Lui però in quei giorni attendeva un altro responso: quello della comunità di recupero in cui scontare ai domiciliari una misura cautelare più morbida, magari in grado di portarlo fuori dal tunnel della tossicodipendenza. Un responso che purtroppo non ha fatto in tempo ad arrivare. Ieri nel Cervese, dove era cresciuto, si sono tenuti i funerali.

"Vorrei che la morte di mio figlio non sia vana - dice ora la madre - ma serva come presa di coscienza per qualcuno. Chi mi conosce sa quanto abbiamo lottato affinché venisse fuori dal tunnel malefico in cui era entrato ed eravamo già arrivati al primo traguardo, quello del recupero. La sua e la nostra sofferenza ci aveva premiato.

A noi non ci è mai importato del giudizio degli altri, di chi non poteva capire il disagio, di chi si sentiva in potere di giudicare; questo lo può fare solo Dio. Noi - aggiunge - siamo solo autorizzati ad aiutare chi è in difficoltà e non certo ad affondarli". E qui la madre di G. lancia il suo appello: "Le istituzioni non devono abbandonare questi giovani, fragili e sensibili, la burocrazia non sia lenta e disinteressata".

Poi parole commoventi per il figlio che non c'è più: "I genitori hanno il compito di stare vicino ai propri figli, di guidarli e di amarli tutta la vita, ma l'amore verso un figlio è eterno e va oltre la morte. Ringrazio con tutto il mio cuore chi ha combattuto e combatte con noi questa battaglia; in modo particolare le forze dell'ordine, il pm Cristina D'Aniello i detenuti di Port'Aurea per la loro solidarietà". Dopo che la notizia della morte di G. si era diffusa in carcere, i detenuti decisero infatti di rifiutare il cibo in segno di vicinanza al compagno scomparso.

 

"Una corda fatta con le lenzuola quando era solo"

 

Il drammatico episodio risale alla tarda mattinata di lunedì scorso. Quel giorno il ragazzo, detenuto nel carcere di Port'Aurea, avrebbe atteso le 11, orario in cui era prevista la cosiddetta "osservazione dinamica". In quel momento era da solo, il compagno di cella si era allontanato, così lui ne ha approfittato per prendere le lenzuola e creare un cappio. Quando gli agenti della polizia penitenziaria lo hanno trovato era già privo di coscienza.

I tentativi di rianimarlo sono iniziati immediatamente, mentre nel frattempo è stata inoltrata la richiesta di soccorso al 118. Un intervento tempestivo, quello del personale del carcere, tant'è che quando i sanitari sono entrati nella casa circondariale il ragazzo era vivo.

I tentativi di rianimazione sono proseguiti per diversi minuti, finché il 24enne è stato caricato sull'ambulanza e portato in gravissime condizioni al "Santa Maria delle Croci". Qui è arrivato ormai in fin di vita, lasciando solo il tempo per gli ultimi disperati tentativi di rianimazione, prima di arrendersi e dichiarare il decesso.

 

 

 

 

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