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Che tristezza il silenzio del Conte 2 sulla giustizia PDF Stampa
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di Iuri Maria Prado

 

Il Dubbio, 12 settembre 2019

 

Il premier ha scelto di tenere il tema ai margini del suo discorso. Importa abbastanza poco (perché era del tutto prevedibile) che il presidente del Consiglio, nel proporsi alle Camere, abbia parlato pressoché di tutto senza dire pressoché nulla in argomento di giustizia.

È importante invece osservare (e anche questo era prevedibile, ma più gravemente) come la cosa sia passata dopotutto inosservata, salvo che su questo giornale e in rarissimi altri casi. O peggio: magari la comunità degli osservatori ha ben ammirato la risolutezza "dell'avvocato degli italiani" nel tenersi lontanissimo anche dalla sola ipotesi di mettere al centro dei propri doveri di riforma un comparto - quello della giustizia, appunto - che per una sensibilità civile appena accennata meriterebbe urgentissimi e profondi interventi.

Ma davanti a quel deserto di intendimenti, davanti a quella strepitosa assenza di qualsiasi indizio di una volontà almeno timida di far presente al Paese che la giustizia in Italia è un problema, e che il governo intende farsene carico senza limitarsi alla reiterazione dell'inascoltabile solfa sulla "certezza della pena" o sulla "lentezza dei processi".

Insomma a fronte della riprova che con una simile inaugurazione si prospetti tutto ma non la speranza che finalmente ci si occupi dei diritti delle persone ingiustamente compressi da un sistema di amministrazione della giustizia francamente incivile, ebbene nessuno ha fatto una piega. Nessuno ha avvertito l'esigenza di denunciare che la " certezza della pena" costituisce una specie di bestemmia civile se è certissimo che la pena, in Italia, significa l'affidamento del condannato a un sistema di ignobile degradazione.

Nessuno ha creduto di dover segnalare che i processi troppo lunghi sono indegni ma non diventano degni solo perché sono brevi, giusto come la tortura non diventa più accettabile solo perché è inflitta e si esaurisce più velocemente. Nessuno, infine, ha sentito il dovere di esporre la noncuranza del governo al rilievo che davanti a uno spettacolo come quello offerto dal suicidio quotidiano in carcere, dalla infamia del sovraffollamento, dall'ignominia della detenzione troppe volte inutile, il vagheggiare di un "nuovo umanesimo" rappresenta una specie di tragico insulto.

Lo stato desolante del dibattito pubblico su questi argomenti si spiega, per carità. È roba, come si dice, impopolare. E come l'azione dei governi in materia di giustizia è esattamente misurata sul riscontro, che sarebbe immediatamente negativo in caso di riforme civili e liberali, presso il pubblico spaventato e rabbioso, così il complesso dell'informazione e della cosiddetta stampa libera non è punto dal bisogno di sottrarre alimento alla Bestia. In pasto prosegue a lasciarle l'immagine (che è una realtà) della gente che continua a "marcire in galera". Compiacendosi però ipocritamente del fatto che almeno non c'è più un ministro che lo rivendica e propugna. È persino peggio.

 

 

 

 

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