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In dieci anni processi civili -40%, nel penale arretrato difficile da eliminare PDF Stampa
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di Claudio Castelli*


Il Sole 24 Ore, 11 settembre 2019

 

Un'analisi dei dati del Ministero relativi al monitoraggio del 1° trimestre 2019 sulla giustizia civile e penale porta a superare luoghi comuni dominanti sull'andamento della giustizia. Non siamo all'anno zero e quanto al settore civile il quadro generale è incoraggiante. Prosegue un trend in corso (dal 2011) di progressiva riduzione delle pendenze con un rapporto sempre favorevole tra sopravvenienze e definizioni: i 5.700.105 procedimenti pendenti nel 2009 a131 marzo 2019 sono scesi a 3.408.529, con una riduzione del 40,2%.

Ma disaggregando i dati emergono ulteriori note positive. La forte riduzione delle pendenze non riguarda solo la cognizione (contenzioso, lavoro, famiglia e volontaria giurisdizione), ma anche fallimenti ed esecuzioni, settore in cui si erano accumulati ritardi storici.

Dal 2003, quando si era raggiunto il record di 743.240 procedimenti pendenti, si è avuta una costante, anche se non lineare, discesa e al 31 marzo 2019 siamo giunti a 511.858, con un calo del 31,2%. Sono anche in costante calo i procedimenti ultra-biennali nelle Corti di Appello (da 198.803 nel 2013 ai 105.373, con un calo del 47%) e ultra-triennali in Tribunale (da 646.146 a 359.585 con un calo del 44,5%).

È poi incoraggiante la buona omogeneità territoriale. Bisogna sempre rammentare che siamo in un Paese dove la durata di un procedimento civile, secondo l'ultimo censimento con dati del 2016, oscilla tra i 342 giorni di durata media di Aosta e i 2.094 giorni di Lamezia Terme (quindi con un rapporto da i a 6). Su 140 Tribunali solo in 32 (cognizione) ed in 9 (esecuzione e fallimenti), non si è raggiunto nel I trimestre del 2019 un rapporto positivo tra sopravvenienze e definizioni.

Tribunali distribuiti in zone alquanto diverse del Pese, a testimonianza di un progresso complessivo. I dati delle Corti di Appello sarebbero poi in molti casi entusiasmanti (clearance rate 1,62 per Napoli, 1,61 per Cagliari, 1,58 per Taranto e 1,57 per Bari). Da tali dati si traggono alcune preziose indicazioni. Il problema non di mettere mano al rito, come normalmente si tende a fare per poi parlare di grande riforma della giustizia, ma di avere un progetto pluriennale e di puntare sull'organizzazione con un'adeguata iniezione di risorse.

Sicuramente la regolarità dei concorsi per la magistratura è servita, come è stata utile, anche se ancora insufficiente, l'assunzione di personale amministrativo che ha fatto sì che il 2018 per la prima volta non si sia concluso con un saldo negativo tra assunzioni e cessazioni di personale. Come pure alcune riforme sono servite: lo sviluppo delle soluzioni alternative (mediazione, negoziazione assistita), l'ufficio per il processo, i giudici ausiliari nelle Corti.

Ma il mutamento fondamentale è avvenuto nell'organizzazione, nella gestione dell'arretrato, nella progettazione, proseguimento ed estensione di prassi virtuose, nello sforzo di coinvolgimento di tutti gli attori del processo in una visuale comune. Una strada su cui occorre continuare e che comincia a dare frutti anche quanto alla durata dei procedimenti. E che occorrerebbe accompagnare con un piano straordinario di recupero dell'arretrato per quei Tribunali tuttora condizionati in modo pesante dall'arretrato formatosi.

Il quadro che emerge quanto al settore penale (dibattimentale) è più articolato e controverso. Vi è una riduzione in corso, ma poco significativa (- 0,7%) e sono molte le Corti (10) e Tribunali (79) che continuano ad accumulare arretrato. La realtà è che in larga parte dei Tribunali arriva a dibattimento molto di più di quanta è la loro capacità di definizione, con udienze fissate a distanza di anni.

A ciò si unisce, e in parte deriva (più il processo viene celebrato a distanza di anni, più la probabilità di assoluzione è elevata), un alto tasso di assoluzioni, specie nel rito monocratico che non passa per il filtro dell'udienza preliminare. Un circolo vizioso che normalmente non tocca i procedimenti collegiali (i più rilevanti e complessi), cui normalmente vengono assicurati tempi ragionevoli.

Un quadro su cui è necessario intervenire, ma con la consapevolezza che la prima esigenza per garantire effettività e tempi rapidi all'intervento penale è di limitare al necessario le sanzioni penali. Penalizzare tutto potrà servire a livello di immediato consenso, ma equivale a non penalizzare nulla e a rendere inefficace l'intervento penale.

Di fronte a problemi complessi le soluzioni sono complesse. Illudersi, come era contenuto nell'ultima bozza di riforma, che sia possibile ridurre i tempi processuali per decreto o con la minaccia di interventi disciplinari contro i magistrati è solo perdente.

 

*Presidente Corte di Appello di Brescia

 

 

 

 

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