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Catania: la direttrice di Piazza Lanza "il carcere come osservatorio sulla città" PDF Stampa
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di Roberta Fuschi


livesicilia.it, 24 agosto 2019

 

Una città nella città. All'interno delle mura di cinta della fortezza che si staglia su Piazza Lanza c'è tutto un mondo da scoprire. Storie di uomini e donne che ogni giorno si misurano con regole ad hoc e, non di rado, si relazionano con il mondo esterno. Volontari e non solo. Qui ogni giorno l'idea astratta si fa carne.

Così il sistema delle garanzie trova una sua espressione e il valore rieducativo della pena cerca di farsi strada sfidando contingenze temporali e logistiche di ogni ordine e grado. Una casa circondariale, del resto, è un mondo nel mondo delle carceri soprattutto se situata in una città complessa come Catania. Elisabetta Zito, direttrice della struttura, fa il punto sulla vita quotidiana a Piazza Lanza dal rapporto con il mondo esterno passando per la prova della convivenza fino alla sinergia con altri attori istituzionali.

 

Dottoressa Zito, in carcere ci sono tanti volontari che prestano la loro opera. Questo dipende anche da una mancanza di personale dell'area dipartimentale?

In questo momento abbiamo un numero inferiore rispetto a quello previsto dalla pianta organica sostanzialmente per effetto dei pensionamenti previsti e anticipati. Quindi l'attività che fanno i volontari è anche di riempimento, l'attività che svolgono però è un'attività che giustamente concorre all'area di attività trattamentale. Non c'è un impegno dei volontari legato solamente alla carenza di organico, diciamo una funzione di supplenza.

 

In che senso?

La partecipazione all'esecuzione penale da parte della comunità esterna è una scelta del legislatore. Quindi è una rivendicazione giusta che il mondo esterno fa di entrare in carcere per concorrere all'attività e una rivendicazione che dovrebbe fare l'istituzione penitenziaria perché esiste un obbligo di carattere generale.

 

Anche il rapporto con il mondo esterno diventa determinante...

Certo, diventa fondamentale. Dobbiamo fare insieme questo percorso, diversamente, se così non fosse, lavoreremmo in un mondo astratto. Qualcuno potrebbe considerare questo processo utopico, però è un processo di responsabilizzazione del mondo esterno mentre noi parliamo sempre di responsabilizzazione del reo. Il legislatore ha voluto chiamare in causa tutti i soggetti che circondano l'autore del reato. E secondo me l'insuccesso del trattamento è spesso legato alla carenza di presenza del mondo esterno.

 

In che senso?

Noi sappiamo che in alcuni casi in chi commette alcuni reati c'è una componente legata ai contesti sociali, alla discriminazione, alla difficoltà di vivere in certe zone della città. Non è un affare che riguarda soltanto l'amministrazione penitenziaria. Noi per mission istituzionale dobbiamo definire il percorso trattamentale tenendo conto sì delle direttive del Ministero, ma anche dei bisogni dell'utenza. Noi stiliamo un progetto di istituto calibrato sulle caratteristiche della struttura e dell'utenza non seguendo una direttiva.

 

Considerando che la vostra è una casa circondariale è più complesso fare questo tipo di previsione?

Sì. In primo luogo perché l'utente non è statico ma variabile. Provo a fare un esempio che può sembrare banale, ma rende bene l'idea. È come un negozio che deve seguire la moda, non può comprare ora per i prossimi due o tre anni perché deve aspettare. Il paragone sembra banale ma serve a fare capire qual è la dinamicità a noi richiesta. E l'andamento degli ingressi e quindi dei bisogni noi li analizziamo in retrospettiva, ma in realtà noi subiamo tutti gli effetti di quella che è l'inasprimento di una pena, la modifica di un reato in un ambito piuttosto che in un altro e quindi l'immagine cambia in maniera incredibile. Ad esempio, tre anni fa ci siamo preparati ad ospitare chi proveniva dagli sbarchi e oggi siamo di fronte a un cambiamento. Questa è una caratteristica comune ad alcune case circondariali che esistono in territori particolari e che hanno un'utenza estremamente variabile.

 

Al momento quanti utenti ci sono?

Circa 350 persone.

 

Che tipo di utenza si registra a Catania?

Abbiamo un certo numero di stranieri, un numero che rimane esiguo rispetto alle presenze registrate negli istituti del Nord, e un'utenza legata allo spaccio di droga. Il nostro è un centro di media sicurezza: ci sono detenuti che hanno collegamenti con la criminalità organizzata ma non ricoprono ruoli di comando.

 

Pusher e vedette?

Sì, manovalanza. Ma non di tipo indipendente perché viviamo in un territorio cui, nonostante l'azione di contrasto delle forze dell'ordine, c'è una presenza endemica della criminalità. Qui ci sono tantissimi soggetti che entrano in carcere per reati di violenza domestica o in ambito familiari, ma spesso legati a situazioni di disagio e dipendenza da alcol e droghe. Noi ospitiamo una larghissima fetta di persone, quasi un terzo, che sono in trattamento psichiatrico. Il reato spesso è un'espressione di disagio e poi nel caso del problema psichico in tanti non si rivolgono ai servizi preposti soprattutto se non c'è un gruppo di sostegno affettivo o familiare. C'è chi inizia la terapia ma poi la abbandona o va via e si ritrova a stare fuori casa. Ad esempio, ospitiamo tante persone senza fissa dimora.

 

Il carcere sembra una sorta di osservatorio sulle criticità legate al territorio: racconta molto bene la città...

Certo. Da questo punto di vista, l'aspetto positivo è che proprio partendo da qui si potrebbero definire gli interventi esterni, ad esempio se servono le case alloggio o le strutture per donne maltrattate o persone dipendenti dalle droghe. Noi dovremmo essere guardati dagli enti locali.

 

Esiste qualche strumento in grado di creare questa sinergia tra attori istituzionali?

Esiste un tavolo perché la norma lo prevede: si tratta del tavolo di zona a livello comunale, istituito presso il distretto socio sanitario di Catania che comprende anche i comuni di Motta e Misterbianco. E va a fare confluire nei così detti piani di zona tutte quelle che sono le risorse per interventi di vario tipo. Il ministero della Giustizia è uno degli organismi che partecipa a questo tavolo per legge, poi ci sono figure varie come quelle legate al terzo settore.

 

Immagino ci sia un "però"...

Il problema di attuazione è legato, secondo me, agli aspetti amministrativi. In Sicilia e a Catania questa esperienza è stata fallimentare: è un sistema che si muove troppo lentamente. Uno strumento complesso inter-istituzionale difficile da gestire, rimesso interamente alla macchina amministrativa del Comune, per cui, anche se ci troviamo tutti d'accordo su come spendere questi fondi (che in passato erano tanti), poi tutto ricade sulle spalle del Comune che deve gestire le gare d'appalto e i bandi: obiettivamente è un sovraccarico. Servirebbe nella parte esecutiva un gruppo di lavoro dedicato.

 

Con quali conseguenze?

Li abbiamo enormi difficoltà a fare emergere il bisogno. Si potrebbe partire dalla nostra analisi dei bisogni per fare una radiografia della città.

 

Spesso qualche lettore commenta i nostri articoli scrivendo "chiudeteli in cella e buttate la chiave". C'è invece un aspetto importante legato alle carceri e alla loro funzione rieducativa che passa in secondo piano. A tale proposito volevo chiedere come monitorate l'evoluzione degli utenti?

La regola che noi seguiamo è evitare di "chiuderli in cella e buttare la chiave" perché questo vuol dire non gestire il loro tempo. I lettori lo dicono animati da fastidio. Noi dobbiamo seguire una logica diversa: evitare che ci sia un tempo totalmente perso che potrebbe anche diventare un tempo controproducente pensiamo al disagio e a istinti anticonservativi. Ma fermiamoci a questo: un tempo perso tenendo conto che ognuno di noi ha un vincolo cioè non possiamo educato chi non è condannato secondo il sistema della giustizia italiana. Per cui la persone è fortemente indiziata di un fatto criminoso però al tempo stesso c'è una presunzione di innocenza. La nostra regola è che non ci sia un tempo perso. Faccio un esempio anche se il paragone può sembrare banale.

 

Prego...

Immaginiamo di rimanere bloccati in casa e avevamo delle cose importantissime da fare. Che cosa facciamo? Cose come eliminare le mail arretrate, ad esempio. Ecco la nostra logica è utilitaristica e anche motivante per la persona.

 

Quali sono le richieste più frequenti?

La richiesta principale è quella di lavorare. Noi abbiamo il vincolo che essendo una casa circondariale possiamo pensare al lavoro all'interno perché quello all'esterno è molto difficile da gestire, non per nostra volontà.

 

Perché?

Il perché è molto semplice: se una persona è in custodia cautelare perché c'è il pericolo di fuga e io lo devo mandare a lavorare c'è una norma che lo consente, ma il magistrato ovviamente deve bilanciare questa risposta con l'esigenza che c'è a monte di tenerlo dentro perché gli deve dar il nulla osta. Se lo ritiene meritevole lo manda a lavorare ma con scorta: ma cosa abbiamo ottenuto? Nulla, perché se le attività che si svolgono devono essere attività fiduciarie devono essere a bassa incidenza di controllo anche perché noi non possiamo permettercele. Non possiamo consentire che escano dieci detenuti più la scorta che li accompagna. Questa attività è praticabile qui in questo momento, e noi abbiamo delle donne che lo fanno: escono e vanno a lavorare perché abbiamo una reclusione quindi questa misura l'abbiamo studiata e sperimentata perché abbiamo ottenuto una trasformazione di un piano detentivo perché altrimenti, ripeto, anche se noi su alcune donne puntavamo anche da imputate ci saremmo scontrati con l'esigenza dei nostri fratelli giudici: l'altro ramo della giustizia.

 

Insomma cercate di bilanciare le varie esigenze...

Certo, quindi la richiesta principale è di accedere al lavoro. Qui ospitiamo spesso un'utenza che vive spesso un forte disagio economico e che ha vissuto una situazione di forte deprivazione da tanti punti di vista che trova qui dentro le cure e le informazioni necessarie per curarsi.

 

Qui la coercizione impone loro di fare cose che fuori non farebbero. No?

Esatto. Intento c'è la presenza fisica del medico. Siccome la persona è in carico a noi, fosse anche una semplice infezione, il detenuto va dal medico. Ci sono tantissimi detenuti che hanno scoperto qui di avere malattie gravissime e hanno ottenuto delle cure che fuori non otterrebbero per un semplice motivo: la sanità prevede un canale giustamente privilegiato per i detenuti, dico io e lo faccio da cittadina. La persona non è libera di curarsi o meno: lo Stato ha una responsabilità enorme e quindi è giusto che ci sia un'attenzione particolare perché non si potrà mai stabilire se fregarsene del colesterolo alto è stata una libera scelta della persona oppure no. Lo Stato nel momento in cui priva della libertà una persona ha una responsabilità enorme e la comunità tutta. Certo può dare fastidio: se penso che se avessi un problema di salute dovrei aspettare mesi mentre che possibilmente se fossi in carcere sarei visitata da un primario. Del resto se esiste una patologia, esiste per lo Stato, versante magistratura, l'obbligo di compiere determinate cose. Tutto questo non si può ignorare è un sistema fatto di pesi e contrappesi. I giornalisti dovrebbero fare capire questi altri aspetti.

 

Quali?

Perché io non posso prevedere una lista d'attesa di mesi per una persona detenuta? Perché da una malattia che mi conduce alla morte nel mio letto di casa per quella persona può significare che quella persona il giudice ha l'obbligo di mandarlo a casa per farlo morire nel suo letto. Se così non fosse, e si accertasse un'inadempienza o un ritardo, noi come collettività pagheremmo un costo, al di là dell'aspetto etico. È un concetto complesso, ma non lo si può ignorare. Bisogna fare capire alle persone che il nostro sistema giuridico è fatto di garanzie, pesi e contrappesi, che hanno un utile per la collettività e non sono "in danno di". Alla gente dobbiamo spiegare che il sistema delle garanzie non è un tema che diminuisce la sicurezza della collettività né un sistema che fa sì che i detenuti non rispettino le regole e si comportino male.

 

 

 

 

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