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Agrigento: Casa circondariale Petrusa, terra di invisibili PDF Stampa
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di Maria Brucale*


Ristretti Orizzonti, 19 agosto 2019

 

Ferragosto in carcere. Il Partito Radicale e le Camere Penali Italiane. Delegazione composta da: Rita Bernardini, Donatella Corleo, Gianmarco Ciccarelli, Chiara Mulé, Giuseppe Arnone, tutti del Partito Radicale, Silvia de Pasquale, coordinamento associazione Capone di Bologna, Maria Brucale, responsabile della commissione carcere, Camera Penale di Roma.

Il carcere maschile di Petrusa è un luogo dell'oblio, una struttura cadente connotata da problemi ormai atavici che appaiono irrisolvibili. Ci riceve il vice Comandante Giovanni Antoci e ci illustra una situazione di disagio complessivo che parte dalla grave carenza di risorse umane. Già nel 2017, la riduzione irrazionale delle unità della pianta organica ha determinato una gestione del lavoro patologica in cui, anche quando si è al completo, il personale risulta inadeguato. Inoltre il numero degli agenti previsto dalla pianta organica, in sé insufficiente, non si raggiunge mai. I nuovi ingressi che fanno seguito ai frequenti concorsi non arrivano mai a compensare le uscite per pensionamento.

Petrusa è un carcere difficile, popoloso e sovraffollato, in cui coesistono circuiti di sicurezza diversificati, italiani e stranieri, malati psichiatrici, tossicodipendenti, anziani e giovani adulti. Non esistono impianti di riscaldamento, né antincendio. I luoghi sono logori e fatiscenti e i lavori di ristrutturazione mai idonei a rispondere alle tante, drammatiche esigenze.

La distribuzione dell'acqua è sempre problematica. Frequenti i danni alle tubature e all'autoclave. L'acqua calda d'estate non c'è e allora è possibile fare una doccia al giorno. In inverno, l' assoluta necessità dell'acqua calda nei locali gelidi rende assai frequente la rottura delle caldaie e l'indisponibilità delle docce

Inizia la visita dalla sezione dell'isolamento. È un luogo oscuro e inquietante in cui i soffitti altissimi non riescono ad alleggerire la sensazione di claustrofobia.

Ascoltiamo ognuna delle persone che si trovano lì. Un racconto si ripete, tragico e sconcertante. Quasi tutti i reclusi parlano di punizioni arbitrarie, di detenuti trascinati a terra e lasciati giorno e notte fuori, al passeggio, ammanettati, a dormire sul cemento. Un giovane eritreo racconta di avere ingerito un pezzo di ferro e di essere stato portato in una 'cella liscia' con addosso solo delle mutande di carta, senza neppure un materasso. Di avere anche inghiottito una vite e di avere tentato il suicidio con un cappio rudimentale realizzato con dei pantaloni stesi e di essere stato salvato dagli agenti. Tutti i reclusi lamentano gravi difficoltà di comunicazione con l'esterno. Dicono di non riuscire a inoltrare le istanze e che i tempi di trasmissione di raccomandate e telegrammi o di ricezione dei vaglia, superano i quindici giorni.

Riferiscono di non aver fatto alcun colloquio al primo ingresso e di non avere mai visto un educatore, uno psicologo, un magistrato di sorveglianza. Non esiste una figura di aiuto per chi non è in grado di predisporre un'istanza. Le c.d. "domandine", riferiscono i detenuti, vengono spesso smarrite e, comunque, rimangono per tempi indefiniti senza risposta alcuna. Chi non parla l'italiano è completamente lasciato a sé stesso. Non ci sono mediatori culturali e chi non è in grado di comunicare vive da ostaggio la privazione della libertà senza alcuna possibilità di conoscere i propri diritti e di farli valere. Solo in alcuni agenti di polizia penitenziaria i detenuti trovano aiuto per formulare le loro richieste o doglianze.

Tutti riferiscono dell'applicazione arbitraria della chiusura del blindo durante il giorno, senza motivazioni o possibilità di contestazione, una misura che risulta particolarmente odiosa con il caldo estivo.

Molti dei reclusi appaiono psichicamente fragili ma non è possibile rilevare se si tratti di effettive patologie o delle conseguenze di una condizione di vita oggettivamente insopportabile.

Le celle sono anguste e sporche. I muri cadenti, i bagni tarlati da muffe e infiltrazioni, i passeggi individuali piccolissimi e grigliati. Non è possibile svolgere attività fisica e, a parte la scuola, non sono previste attività di svago.

Le docce sono coperte di muffa e di muschi. Le tubature appaiono rugginose e consunte.

Il problema dell'igiene è comune a tutto l'istituto. L 'acqua erogata dai rubinetti è scura e carica di residui. Ci riferiscono che la situazione è perfino migliorata rispetto al passato. Quasi tutti utilizzano dei panni per filtrare l'acqua che è comunque imbevibile e inutilizzabile per cucinare. Chi può usa l'acqua minerale, chi non ha risorse per acquistarla rischia malattie e infezioni di ogni genere. Molti dei ristretti ci mostrano funghi ai piedi e lesioni alla pelle scaturiti dalle condizioni drammatiche della pavimentazione delle docce e dalla qualità dell'acqua. Riferiscono di avere fatto più volte richieste di creme antibiotiche o cortisoniche che non sono mai arrivate.

Le celle sono piccole e con i muri cadenti. Gli ambienti promiscui. Il lavandino del bagno serve a tutte le esigenze della vita quotidiana, dal lavare le stoviglie e la biancheria, alla cura dell'igiene personale. Non c'è un sevizio di lavanderia e anche le lenzuola devono essere lavate in cella. Non sono disponibili stendini. C'è sempre un secchio colmo in bagno perché l'acqua spesso va via all'improvviso e deve essere possibile tenere puliti i servizi.

Negli spazi ridotti della cella spesso si trovano tre persone in una situazione di gravissimo disagio. Tutti lamentano l'insufficienza e la cattiva qualità del vitto somministrato.

L'accesso al lavoro, fornito dall'amministrazione penitenziaria, è assai ridotto. Di circa 53 persone in ogni sezione, solo 3 o 4 lavorano.

Si registra una seria carenza di attività trattamentali e di svago. Mancano palestre, campo da calcio, attività creative o ludiche. Gli orologi dei tre piani sono fermi, succede spesso in carcere. Il tempo è immobile.

Molte delle persone recluse hanno seri problemi ai denti. Alcune non possono più alimentarsi normalmente ma non riescono ad essere curate.

I detenuti sembrano del tutto inconsapevoli dei loro diritti, come inoltrare un'istanza, un reclamo, una denuncia e sembrano patire una situazione di indigenza.

Un giovane straniero vorrebbe parlare con noi ma non conosce nessuna lingua europea. Ci dice con disperazione: no english, no francais, no spanish, no vita.

Alcuni sono lontani dalle loro famiglie che vivono in un'altra regione. Per loro sono previste particolari restrizioni nella ricezione degli alimenti. Dicono che, a differenza dei loro compagni, non possono ricevere insaccati e salumi. Non comprendono il divieto che appare loro discriminatorio.

Due giudicabili ci informano di non essere in grado di difendersi adeguatamente. Il processo si celebra in Puglia e per loro non è possibile sostenere le spese per incontrare frequentemente il difensore. È consentito loro chiamare l'avvocato, previa autorizzazione, soltanto due volte al mese e per dieci minuti. Un tempo vistosamente inidoneo ad approntare qualunque linea difensiva e una contrazione di un diritto costituzionale del tutto inspiegabile tanto più alla luce della eliminazione, ad opera della Consulta, di qualunque limite temporale nel colloquio, visivo e telefonico, con i difensori anche per le persone ristrette in regime di 41 bis O.P.

Due note positive: il Sert e la somministrazione delle terapie metadoniche funzionano;

è stato appena attivato il servizio di collegamento Skype che, però, è, al momento, previsto solo per il sabato giorno in cui vengono esclusi i colloqui in presenza. Succede così che alcuni ristretti sono costretti a rinunciare a incontrare i propri familiari che possono andare a trovarli soltanto quel giorno per ragioni di lavoro e a perdere un'occasione insostituibile di vicinanza affettiva e di conforto.

 

*Avvocato

 

 

 

 

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