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Pene alternativa al carcere, tabù in Italia ma non in Ue PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 20 luglio 2019

 

I ministri della giustizia dell'Unione europea si incontrano a Helsinki. Ieri, ad Helsinki, c'è stata una riunione informale dei ministri della giustizia degli Stati membri dell'Unione Europea. Uno dei temi di discussione è stato quello che, soprattutto nel nostro Paese, è un tabù: il ricorso alle pene alternative al carcere.

Ad aprire i lavori è Vera Jourová, il commissario europeo per la giustizia, la tutela dei consumatori e l'uguaglianza di genere. Un tema tutto concentrato sul rafforzamento dello Stato di Diritto: la detenzione e l'alternativa ad essa è considerata una parte importante della politica della giustizia europea. Il documento redatto in occasione dell'incontro è di estrema importanza. Viene precisato che sicuramente i reati gravi richiedono risposte adeguate e che la detenzione è uno strumento necessario in un sistema di sanzioni penali.

Ma nel contempo la detenzione dovrebbe, tuttavia, essere utilizzata come ultima risorsa e le sanzioni penali utilizzate dovrebbero essere entrambe efficaci e proporzionate. Viene sottolineato che la detenzione e le sue alternative sono già state riconosciute come un importante settore della politica di giustizia dell'UE nel programma dell'Aia del 2004 e il programma di Stoccolma del 2009.

Nel 2011 la Commissione ha presentato un libro verde su "L'applicazione della legislazione dell'UE in materia di giustizia penale nel settore della detenzione", dove viene riconosciuto che potrebbe essere difficile sviluppare una vera e propria cooperazione tra gli Stati membri in tema di giustizia, a meno che non vengano compiuti ulteriori sforzi per migliorare le condizioni di detenzione e di promuovere alternative ad essa. Inevitabilmente hanno affrontato anche il tema del sovraffollamento e ricordato la risoluzione del parlamento europeo nel 2017: costruire nuove carceri non può essere la soluzione, mentre invece si dovrebbe ridurre il ricorso alla detenzione. Hanno affrontato anche il discorso delle condizioni, in alcuni casi pessime, del sistema penitenziario. E lo hanno collegato al rischio della cosiddetta radicalizzazione.

Non a caso hanno ricordato le conclusioni del 20 novembre 2015 del Consiglio dell'Unione europea sulla prevenzione alla radicalizzazione nelle carceri che porta al terrorismo e all'estremismo violento. Anche in quel caso, oltre al rafforzamento della qualità detentiva, sono state citate le misure alternative come possibile azione di prevenzione. Ieri hanno quindi discusso delle soluzioni sostenibili. È stato ribadito che nonostante il riconoscimento comune del ruolo che possono svolgere le sanzioni alternative, i possibili vantaggi di un maggiore uso di alternative alla detenzione richiede ulteriori analisi e attenzione.

Hanno illustrato che oltre ad offrire una soluzione parziale al problema del sovraffollamento carcerario, l'uso di alternative alla detenzione può avere vari altri benefici. Ma quali sono? Nel documento redatto ieri viene sottolineato che secondo una ricerca, si evince che le alternative alla detenzione, come ad esempio le sanzioni della comunità, l'uso di prigioni aperte o la giustizia riparativa, hanno una serie di benefici: ad esempio minori costi per il mantenimento delle carceri, migliori prospettive per la riabilitazione e, di conseguenza, meno recidiva.

Quindi, sempre ieri, hanno proposto il rafforzamento di una maggiore collaborazione tra stati membri e invitato i ministri della giustizia a presentare i loro sforzi relativi al miglioramento della qualità della detenzione e, in particolare, il ricorso alle misure alternative. Anche il nostro Paese, quindi, è invitato a farlo.

 

 

 

 

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