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Normalità e riscatto. Le domande dei detenuti e le risposte degli scrittori PDF Stampa
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di Anna Gaudenzi


valoreresponsabile.startupitalia.eu, 20 luglio 2019

 

Che cosa si chiedono le persone da dentro il carcere? Grazie all'iniziativa "I detenuti domandano perché" di Mediobanca, scrittori e volontari sono entrati in alcuni istituti per ascoltare e dare risposta agli interrogativi di chi vive in prigione.

"In carcere ho incontrato tanta normalità e soprattutto persone desiderose di riscatto. Non era la prima volta che mi trovavo a svolgere attività con i detenuti e ogni volta mi sono reso conto che l'emotività supera la razionalità e che queste persone suscitano sensazioni che vanno al di là delle barriere". Giuseppe Lupo scrittore e professore universitario (ha scritto tra gli altri libri "L'ultima sposa di Palmira", con cui ha vinto il Premio Selezione Campiello e Premio Vittorini 2011 e Gli anni del nostro incanto con cui ha vinto il Premio Viareggio-Repaci 2018) è appena tornato dal carcere di Piacenza dove si è trovato a fare una lezione speciale davanti a uomini che stanno scontando la loro pena. L'occasione è stata la seconda edizione di "I detenuti domandano perché" iniziativa fortemente voluta da Mediobanca e organizzata insieme all'associazione "L'Arte del Vivere con Lentezza" e Kasa dei Libri.

Obiettivo dell'iniziativa è creare un ponte tra dentro e fuori il carcere e stimolare le domande più profonde e sincere che si pongono i detenuti. Queste stesse domande vengono poi proposte a scrittori come Giuseppe Lupo che provano a trovare risposte ai loro interrogativi. Un percorso di crescita interessante per chi sta dentro il carcere ma anche per i volontari che si confrontano con una realtà nuova lasciandosi alle spalle tutti i pregiudizi, dimenticandosi i propri problemi e mettendosi in ascolto di chi ha più bisogno.

"Ovviamente le domande che ci vengono poste non hanno risposte univoche perché sono questioni che vanno a indagare le sfere più profonde della coscienza, dell'intimità. Quello che provo a trasmettere in queste occasioni è la mia esperienza, il mio personale punto di vista". Ma è proprio questo che i detenuti cercano: un contatto con il mondo esterno, un confronto sincero con persone che vivono la quotidianità in un modo diverso dal loro.

Le domande che i detenuti trascrivono sono frutto di un lavoro preliminare fatto con i volontari di Mediobanca. L'iniziativa infatti prevede due fasi: nella prima i volontari visitano i detenuti e dialogano con loro in piccoli gruppi aiutandoli a far emergere dubbi e domande, successivamente incontrano gli scrittori e pongono loro questi interrogativi. In tutto sono stati coinvolti circa 200 detenuti provenienti da 5 istituti penitenziari e 25 dipendenti di Mediobanca. Gli scrittori coinvolti sono stati sette: Isabella Bossi Fedrigotti, Gianni Biondillo, Marco Balzano, Umberto Galimberti, Gian Felice Facchetti, Giuseppe Lupo, Pier Luigi Vercesi e lo Andrea Kerbaker.

Ma quali sono le domande che si pongono i detenuti? Il tempo per pensare all'interno di un carcere non manca ed è forse anche la solitudine che può portare a riflettere su temi importanti. "Le domande che mi pongono queste persone non sono mai banali e toccano problemi etici. Ci si domanda per esempio "perché si sbaglia? Perché nella vita ci sono due strade, quella buona e quella cattiva e si sceglie sempre quella sbagliata?".

Il problema della scelta ricorre frequentemente così come quello del futuro". Uno degli interrogativi più importanti riguarda il rapporto con gli affetti, i figli, le mogli: "I detenuti temono molto il rientro in società: hanno paura del giudizio. Temono per esempio di non essere all'altezza del mondo che gli aspetta fuori per questo una delle domande più frequenti è: Quando usciamo dal carcere come possiamo continuare a vivere? E a dimenticare?"

Il dubbio per molti è di non riuscire a integrarsi in una società che corre a tutta velocità e che troppo spesso lascia indietro chi è più fragile: "Il rischio è che uscite dal carcere queste persone si sentano escluse, non integrate e per questo è importante portare iniziative come queste negli istituti".

Se da una parte i detenuti hanno la possibilità di avere una finestra sul mondo grazie ad attività come questa, dall'altra entrare in un carcere per un volontario è sicuramente un'esperienza che lascia il segno: "Io non so quanto sono riuscito a dare ai ragazzi che ho incontrato ma so che ho ricevuto in cambio moltissimo. Entrando nel carcere ho compreso che queste persone che hanno commesso errori non vanno giudicate piuttosto bisogna sforzarsi di capire il percorso che stanno compiendo e il desiderio di riscatto che si portano dentro".

Il progetto "I detenuti domandano perché" è una delle iniziative che Mediobanca sta portando avanti per promuovere l'inclusione sociale in carcere. A questa si affianca anche il percorso portato avanti con i giovani del Beccaria di Milano che da tre anni hanno la possibilità di fare una settimana di sport con l'iniziativa Sport Camp. A proposito di "I detenuti domandano perché" Francesco Saverio Vinci - Direttore Generale di Mediobanca ha dichiarato:

"La promozione dell'inclusione sociale è un tema sul quale abbiamo deciso di impegnarci concretamente, a partire dal territorio a noi più prossimo: quello della città di Milano e della Lombardia. Da sempre mettiamo al centro il capitale umano sia nella nostra attività professionale che in ambito sociale con maggiore attenzione alle persone disagiate. Con questa iniziativa vorremo aiutare le persone che sono detenute negli Istituti penali coinvolti dal progetto a mantenere aperto un dialogo con il mondo esterno attraverso i volti e le parole degli autori e dei volontari che incontreranno".

"La scelta di continuare anche questa seconda edizione de I detenuti domandano perché è particolarmente apprezzabile perché i progetti che hanno un valore umano e sociale non si devono far cadere, mai" ha commentato Andrea Kerbaker, fondatore della Kasa dei Libri.

"Non dovremmo mai smettere di porci delle domande, molti di noi forse hanno smesso troppo presto. Questo progetto invita al confronto, alla riflessione, alla ricerca del proprio scopo nella vita, un esercizio utile a tutti, non solo tra le mura di un carcere" ha dichiarato Bruno Contigiani de "L'Arte del Vivere con Lentezza".

Le domande dei detenuti - Sono tante le domande che si sono posti i detenuti del carcere di Piacenza e che sono state raccolte dai quattro volontari Fabrizio, Ornella, Daniela e Lorenza.

Leggendone una dopo l'altra emerge quanto gli interrogativi siano davvero ad ampio raggio e vanno dalla riflessione su problemi pratici come la promozione di attività da svolgere dentro e fuori dal carcere, alle curiosità che colpiscono sul mondo esterno che magari si conosce solo attraverso la televisione e ancora domande profonde che implicano riflessioni etiche. Domande e interrogativi "normali" come dice Lupo e fragili e sulle quali chiunque si trova a riflettere.

Ve ne proponiamo alcune proprio per capire più nel dettaglio quali sono gli interrogativi più rilevanti per chi vive la sua quotidianità privato della libertà.

Perché non si pensa di individuare e utilizzare alcune attitudini eccellenti di molti detenuti?

La scarsa capacità di comunicare con gli altri può essere la causa che porta a commettere reati?

Perché nella vita ci sono due strade, quella buona e quella cattiva e si sceglie sempre quella sbagliata?

Perché oggi nella società c'è meno dialogo tra le persone e si passa troppo tempo sui social?

Visto come è cambiato il modo di vivere e la società in generale, come possiamo educare i nostri figli e in che modo possiamo rapportarci con loro in determinate circostanze per far capire loro cosa è sbagliato e cosa è giusto?

La prigione fa più bene o più male, è più distruttiva o un periodo di recupero?

Come mai gli assistenti sociali non aiutano i bambini che hanno genitori in carcere?

Perché ci si ferma alle apparenze, senza in questo modo avere l'opportunità di andare oltre? Molti esprimono un giudizio basato solo sulle apparenze.

Perché nelle scuole non si usano più i grembiuli per i bambini?

Perché non si promuovono più occasioni per far conoscere la realtà carceraria all'esterno, coinvolgendo studenti, associazioni?

 

 

 

 

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