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Piano Condor, contro l'oblio PDF Stampa
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di Luigi Manconi

 

La Repubblica, 13 luglio 2019

 

Crimini che, in ragione della loro enormità morale "non possiamo né punire, né perdonare": sono quelli che lo scorso 8 luglio, la Corte di Assise di Appello di Roma ha giudicato, riformando la sentenza di primo grado e condannando alla pena dell'ergastolo 24 persone (uno è stato assolto) per il reato di omicidio volontario pluriaggravato e continuato.

Materia del processo il cosiddetto Piano Condor, definito dalla Corte interamericana dei diritti umani una "pratica sistematica di terrorismo di Stato", che, a partire dagli anni 70, perseguì un programma di "contrasto al comunismo", attraverso la cooperazione dei servizi segreti delle dittature di Argentina, Brasile, Cile, Bolivia, Perù, Paraguay e Uruguay. E con il sostegno più o meno diretto di apparati di sicurezza degli Stati Uniti.

L'obiettivo era quello di eliminare le opposizioni politiche e sindacali e di diffondere un clima di paura; le modalità, pure differenziate, miravano tutte alla violazione dei diritti umani: sparizioni forzate, detenzioni arbitrarie, torture, omicidi. Si calcola che le vittime dirette delle sparizioni forzate nel corso dell'Operazione Condor siano state oltre 30 mila.

È in questo contesto che va inserito lo sviluppo di movimenti, come quello delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina che, nel reclamare verità e giustizia per gli scomparsi, tanto hanno contribuito a che il fenomeno delle sparizioni forzate, a opera degli apparati di Stato, emergesse in tutta la sua violenza. Ed è alla luce del carattere sistematico di tale pratica che sono stati interpretati anche i fatti oggetto della sentenza di Roma.

Il processo si è potuto tenere in Italia perché, tra le vittime dei fatti giudicati, circa la metà era di origine italiana e perché tra gli accusati almeno uno aveva la doppia cittadinanza italo-uruguayana che lo rendeva penalmente perseguibile nel nostro Paese.

Quest'ultimo dovrà scontare la pena in Italia, mentre gli altri già rispondono di precedenti crimini nei rispettivi Paesi. Nell'immediato si può notare che la sentenza è stata ignorata da gran parte dei media; e che in aula non era presente alcun esponente del governo, che pure nel 2013 si era costituito parte civile. E tuttavia si tratta di una vicenda di particolare rilievo, non solo simbolico. Siamo in presenza di quei crimini definiti, appunto, "non punibili e non perdonabili" da Antoine Garapon in quel libro imprescindibile.

Reati, cioè, imprescrittibili, perché ledono non solo l'incolumità individuale, ma anche la vita collettiva, in quanto la lacerazione prodotta nel tessuto sociale è talmente profonda da non potersi ricucire. Mi riferisco a delitti quali la tortura, la sparizione forzata e il genocidio. Appunto, non punibili dal momento che qualunque pena, compreso l'ergastolo, che personalmente rifiuto, appare inadeguata rispetto alla incommensurabilità del crimine commesso. Non solo: la dismisura della pena risulta incongrua perché il carcere e la sanzione pecuniaria per i condannati appaiono lontanissimi dal costituire una qualunque forma di "risarcimento".

E ciò sia rispetto alla crudeltà delle sofferenze causate, sia rispetto alla loro assoluta irreparabilità. Non si dimentichi, infatti, un elemento terribilmente "aggravante": parliamo di sparizioni forzate. In altre parole di corpi rapiti, torturati e cancellati. È come se i carnefici volessero aggiungere all'offesa della morte un oltraggio ancora più efferato, sottraendo ai sopravvissuti un cadavere da abbracciare e da onorare, una tomba su cui piangere, un sacrario a cui indirizzare pensieri e preghiere.

Il corpo ucciso deve scomparire, affinché sia più agevole cancellarne la memoria. Per questo la sentenza è così importante. Alessandro Leogrande, bravissimo scrittore morto precocemente, curiosando tra le cose del mondo, apprende in Argentina la storia di un sacerdote italiano riconosciuto da alcune delle vittime come complice dei propri torturatori. Con grande fatica, contatta il sacerdote, nel frattempo rientrato anonimamente in Italia, ma questi alla fine si sottrae a ogni ulteriore scambio e incontro, rimanendo all'ombra di un qualche campanile in Emilia. È un vero peccato perché sarebbe stata un'occasione di grande qualità morale conoscere uno dei più indecifrabili "misteri del male", che forse solo uno scrittore avrebbe potuto restituirci.

P.S. La sentenza prevede tra le pene accessorie una provvisionale di un milione di euro da destinare a quella parte civile, rappresentata dalla presidenza del Consiglio italiana. La somma risulta concretamente riscuotibile dal momento che una normativa europea stabilisce strumenti specifici in materia di tutela della vittima derivanti da reati violenti intenzionali. Alcuni, tra i quali Eugenio Marino e Gianni Cuperlo, propongono che la somma venga destinata a un certo numero di borse di studio per giovani ricercatrici e ricercatori in materia dei diritti umani. Per contribuire a contrastare l'oblio.

 

 

 

 

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