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Tre anni in cella, ma non è lui il trafficante PDF Stampa
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di Romina Marceca

 

La Repubblica, 13 luglio 2019

 

Scagionato l'eritreo accusato di essere a capo della tratta. "Uno scambio di persona". L'ultima beffa arriva alle 21,30, a sei ore da una sentenza che ammetteva l'errore di identità e disponeva l'immediata scarcerazione. Medhanie Tesfamariam Behre mostra le manette schiacciando i polsi contro il vetro della volante che lo sta portando via dal carcere Pagliarelli, il penitenziario dove è rimasto rinchiuso per tre anni e due mesi con l'accusa di essere uno tra i più spietati trafficanti di uomini, "il generale" Medhanie Yedhego Mered.

La sorella Hiwet inizia a correre dietro a quella volante, il sogno di riabbracciarlo almeno per ora è svanito. "Nemmeno mi hanno detto dove lo stanno portando, forse in un Cie - dice l'avvocato Michele Calantropo, il suo difensore - ma non possono farlo. C'è una richiesta di asilo politico con domicilio indicato a Palermo". Hiwet nel pomeriggio davanti al carcere aveva detto: "Adesso mi aspetto le scuse dalla magistratura italiana".

Dentro al penitenziario palermitano c'era ancora suo fratello, Medhanie, il falegname catturato in Sudan nel 2016 e presentato all'Italia come il trafficante Mered. Ma era un errore. In carcere era finito l'uomo sbagliato. Ieri, dopo quattro ore di camera di consiglio, a ripetere più volte, durante la lettura della sentenza, che si è trattato di "un errore di persona" è stato il presidente della seconda sezione della Corte d'Assise, Alfredo Montalto, lo stesso del processo Trattativa Stato-mafia.

Ad equilibrare quello sbaglio è arrivata una condanna a cinque anni per favoreggiamento della immigrazione clandestina. In una chat l'eritreo avrebbe preso accordi per il viaggio in Europa di un suo cugino. Su questa condanna l'avvocato Michele Calantropo ieri ha avuto da ridire: "Uno di quei trafficanti in realtà non esiste". Ma il capo della procura palermitana, Francesco Lo Voi, ha dichiarato: "La Corte ha riconosciuto che si tratta di una persona coinvolta nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Quindi non un povero falegname ingiustamente perseguitato. Per il resto leggeremo le motivazioni".

La capitana della battaglia per sciogliere i dubbi su quell'identità sbagliata è stata proprio lei, Hiwet, assistente per anziani in Norvegia. "Una sera ho visto in televisione mio fratello che saliva su un aereo in manette, tra due poliziotti. Al telegiornale dicevano un nome che non era il suo", ha raccontato a Repubblica davanti al carcere, addosso una maglietta bianca con la foto di Medhanie e la frase "Free our innocent brother".

E poi quella foto di un uomo che al collo aveva un pesante crocifisso d'oro, le fattezze somiglianti a quelle di Medhanie. "Ma non era lui". C'è voluto un processo lungo tre anni, tre Dna che lo scagionavano, perizie foniche, documenti e decine di testimoni. "A un certo punto - ha raccontato Hiwet - mi ero convinta che la giustizia italiana funzionava così".

Udienza dopo udienza però sono emersi i tasselli che hanno anche portato a un'ordinanza che ha disposto il cambio di generalità in tutti gli atti. "Ora voglio solo riabbracciarlo", conclude emozionata. Ma poche ore è arrivata quella volante a portare via un'altra volta Medhanie.

 

 

 

 

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