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Roma: oggi non parlo di scienza né di Pechino, ma delle mie prigioni PDF Stampa
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di Andrea Aparo von Flüe

 

Il Fatto Quotidiano, 13 luglio 2019

 

Parliamo di carcere. Ci sono stato in prigione. Anni fa. Casa di reclusione di Rebibbia, Roma. Per tenere una conferenza ai detenuti dell'area del dissenso. Su richiesta del senatore Gino Giugni, padre dello Statuto dei Lavoratori. Un uomo grande che si occupava degli ex-terroristi, di destra e di sinistra, con condanne finali, nel migliore dei casi al carcere a vita, nonostante fosse stato gambizzato dalle Brigate Rosse nel 1983. Sapeva perdonare, senza dimenticare.

Così un pomeriggio, poco dopo pranzo, mi hanno aperto i cancelli. Non ci sono porte. Solo cancelli. Non ci sono maniglie, solo chiavi. Corridoi interminabili dove l'unico suono è quello dei passi, del proprio respiro, il battito del cuore. Un universo a parte, il carcere. Ci sono centinaia di detenuti, ma regna un silenzio surreale. Il tempo è diverso. Relativo. Dilatato. Rallentato. Sei mesi "fuori" in cella sono sei giorni, sei ore.

Ho iniziato la mia conferenza con la sala pressoché vuota. Il giudice di sorveglianza, leggermente imbarazzato, mi ha spiegato che aspettavano qualcuno di più importante per discutere di innovazione e tecnologia nei prossimi decenni, per cui erano rimasti in cella. Vero, ero un ripiego perché era stato sconsigliato al mio capo, mentore, maestro e presidente dell'Enea, il Prof. Umberto Colombo, altro grande, di venire.

Mi ha chiesto di parlare al suo posto. Non gli ho mai disobbedito. Poco male, dico. Comincio a raccontare e mi perdo nella narrazione. Non so dopo quanto tempo, un rumore intenso, una sedia caduta, mi ha fatto recuperare il senso della realtà per scoprire che in sala non c'erano più posti a sedere. Piena. Prima della sessione domande e risposte, il giudice, sorridendo, mi ha detto che stavo facendo un buon lavoro. Il tamtam interno al carcere aveva detto che valeva la pena venirmi ad ascoltare. In carcere ci si muove in silenzio. Non mi ero accorto di nulla.

Nell'ascoltare le domande ho scoperto che anche la lingua del carcere è diversa da quella di fuori. L'italiano che si parla è congelato al tempo dell'inizio della detenzione. All'esterno c'è evoluzione e cambiamento, all'interno no. Quando ho finito, era già notte, non riuscivo a trovare un taxi che mi venisse a prendere. Non appena dicevo che uscivo da Rebibbia erano tutti impegnatissimi. Nessuno vuole avere a che fare con chi esce dal carcere. Una realtà da ignorare, dimenticare, rimuovere.

Volete farvi un'idea di quanto qui raccontato? Usate questo link (cliccando sull'aeroplanino in alto a destra trovate i vari codici html), mettetevi comodi e dedicate un po' del vostro tempo a guardare il documentario Voci di dentro girato da Lucio Laugelli (prodotto da Stan Wood Studio e ICS Onlus nell'ambito del progetto Artiviamoci, con la partecipazione di Giulia Cantini, Stefano Careddu, Emilù Nizzo e, per la parte tecnica, Paolo Bernardotti e Federico Malandrino) nel carcere di San Michele di Alessandria.

Scoprirete le sue mura, i corridoi, la luce. Sentirete le voci dei detenuti e scoprirete che sono persone "dentro" con i loro dubbi, errori, intelligenza, filosofia e con la saggezza amara di chi dallo Stato è stato punito per non averne rispettato le leggi. Uno Stato giusto, non giustizialista. Persone che parlano del passato e del perché; del presente e del come; del futuro e del forse. Persone come noi. Noi fuori. Loro dentro.

Per favore guardatelo. "Voci di dentro" disturba, soprattutto nel finale. I titoli di coda sono altrettanti pugni nello stomaco. Il lavoro di Lucio e dei suoi intervistati sorprende, lascia un senso di amaro. Solleva molte domande e dubbi su una realtà che si vuole ignorare, rimuovere, dimenticare. "Voci di dentro" fa male. Fa pensare. Scusate se è poco.

 

 

 

 

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