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Roma: porto dentro i miei ragazzi, per evitare che ci finiscano PDF Stampa
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di Davide Dionisi

 

L'Osservatore Romano, 13 luglio 2019

 

Suor Amalia Cerullo accompagna i suoi alunni a visitare i carcerati. Raggiungere Via Colle della Madonella a Zagarolo, un comune in provincia di Roma a ridosso dei Monti Prenestini, non è stato facile. Ma è qui che ci ha fissato un appuntamento suor Amalia Cerullo, religiosa delle Figlie di Nostra Signora dell'Eucaristia, che accompagna i ragazzi delle scuole superiori in carcere per fargli conoscere la dura realtà della detenzione e consentirgli di parlare con chi ha sbagliato e oggi sta pagando.

L'istituto dove risiedono le suore è isolato, difficile da individuare e quindi tentiamo di contattarle. Invano. I telefoni sono morti e la rete è inesistente. Da lontano una voce ci chiama, ci invita a seguire un sentiero sterrato e finalmente riusciamo a raggiungere la meta. La voce è quella di suor Amalia: "In questa zona gli smartphone non funzionano e, sinceramente, a noi non servono".

Ovviamente chiediamo lumi: "Qui viviamo pienamente il mistero dell'Eucaristia" ci spiega e aggiunge: "La nostra missione è quella di porre al centro della nostra vita, e quella dei fedeli, l'Eucaristia. Ci impegniamo soprattutto a incrementare l'adorazione sia tra i laici presso la nostra cappella, che nelle varie parrocchie italiane. Lo facciamo proponendo le settimane eucaristiche".

La congregazione ha una lunga storia che parte il 4 agosto 1948, data in cui la serva di Dio, madre Letizia Zagari, fonda l'istituto. "Qui a Zagarolo siamo dal 1988 e, oltre all'attività quotidiana, viviamo insieme alla comunità locale giornate di spiritualità e un appuntamento straordinario molto sentito e richiesto: l'adorazione notturna il primo sabato del mese. Ma immagino che siate arrivati fin qui per conoscere l'altra attività".

Suor Amalia anticipa le nostre domande e preferisce raccontare il suo servizio pastorale partendo da prospettive e angolature diverse, riflettendo su cause ed effetti e spiegando i particolari anche più di una volta. "Deformazione professionale. Sono una insegnante di religione nel Liceo scientifico del posto intitolato, non a caso, a Falcone e Borsellino". Ma come nasce l'idea delle "uscite didattiche" in carcere? "Ogni volta che parlavo ai miei alunni del valore dell'onestà, veniva fuori il discorso del malfunzionamento della giustizia italiana e dei suoi ritardi. Inoltre i ragazzi erano soliti dire che "in Italia chi commette un reato fa poca galera e, comunque, dietro le sbarre si sta bene".

Di fronte a ripetute affermazioni del genere e alla convinzione di un sistema eccessivamente tollerante nei confronti dei malfattori, sarebbe stato difficile rispondere con una moderna lezione di "cittadinanza e Costituzione". Anzi, piuttosto complicato soprattutto perché le questioni poste erano: Dove è la punizione? In che modo pagano queste persone per quello che hanno commesso? Inizialmente ho cercato di fargli capire che non è affatto vero che in carcere c'è benessere e, per quanto le condizioni possano essere (in rari casi) favorevoli, manca l'elemento essenziale, quello che non ha prezzo: la libertà".

"Ma - riprende la religiosa - far passare un concetto del genere a ragazzi e ragazze di 18 anni è una impresa titanica. Soprattutto ai giovani del nostro tempo che hanno sempre bisogno di toccare, vedere e verificare. Da qui l'idea di farli entrare per un confronto diretto".

Suor Amalia non si è fatta mettere all'angolo e ha risposto con un progetto che, all'inizio, ha fatto riflettere perfino i dirigenti scolastici. Il concetto era più o meno così articolato: si trattava di partire da chi aveva commesso crimini per comprendere la legalità. Esperienza utile a chi era dentro, per riattivare circuiti virtuosi con l'esterno, ma altrettanto forte per chi per la prima volta avrebbe avuto davanti a sé un essere umano e non il reato che aveva commesso. "Cominciai da sola perché anche io ero digiuna della materia" spiega suor Amalia.

"Il mio primo accesso risale all'8 maggio di due anni fa. Quando si presentarono dinanzi ai miei occhi tutti quei ragazzi provai una forte emozione. Ho sentito immediatamente un trasporto verso di loro. Li ho trattati fin da subito con grande rispetto. Mi ricordo di avergli ripetutamente detto "Vi voglio bene". Loro mi risposero con un grande applauso. Fu quello l'inizio del mio nuovo percorso vocazionale".

Un esordio favorevole, senza alcun dubbio. Ma poi come si fa a parlare di contemplazione, preghiera, meditazione e, soprattutto, di Eucaristia a detenuti che hanno storie criminali alle spalle? "Molto semplicemente gli ho spiegato che quella che avevano davanti agli occhi non era una statua, ma Gesù vivo e vero. Noi cristiani crediamo che in quell'ostia c'è veramente il corpo di Cristo. La contempliamo e davanti a essa apriamo il cuore alla preghiera. E così è stato. Ricordo che in una occasione uno di loro disse spontaneamente: "Gesù, ti chiedo perdono per tutto il male che ho fatto, per tutte le persone che ho ucciso, perdonami inoltre perché non ti ho pregato per tanto tempo". Non c'è dubbio: l'Eucaristia davanti a loro faceva un grande effetto".

Suor Amalia ha studiato comportamenti e reazioni prima del passo successivo, quello appunto del coinvolgimento dei suoi studenti. "Ogni volta che andavo in carcere avviavo una piccola riflessione e poi accompagnavo gli ospiti a pregare in cappella. Ho sempre sentito attorno a me un grande affetto, un amore fraterno. Sono stata accolta con calore perché il loro desiderio più grande è quello di ascoltare la parola di Dio. Per loro è importante sentirsi amati, e soprattutto non giudicati. Stanno già pagando per quello che hanno commesso, non serve un'altra condanna". La religiosa nel ricostruire il suo racconto fa spesso riferimento all'esempio di Papa Francesco: "Mi piace parlare della semplicità del Santo Padre che continua ad avere un'attenzione verso i detenuti perché crede nella redenzione anche dell'uomo che ha commesso crimini orrendi".

Poi il grande passo. "In principio fu Velletri, dove portai tutte le quinte classi del Liceo - racconta - Con la direttrice, gli educatori, il personale amministrativo e gli agenti di polizia penitenziaria trascorremmo la mattinata. Ognuno di loro ha spiegato ruoli e finalità. Poi passammo a visitare gli ambienti (la cucina, l'orto) e il reparto dei semi-liberi, ovvero coloro che uscivano la mattina per recarsi al lavoro e rientravano il pomeriggio".

Continua suor Amalia: "Fummo fortunati perché trovammo uno di loro che raccontò la sua vita. Disse ai miei ragazzi: "Non fate come me. Studiate e gettate le basi per un futuro. Io ho iniziato proprio con il disertare la scuola. Ai libri ho preferito lo spaccio della droga e per questo mi hanno arrestato. Oggi ho una moglie e due bambini e Dio solo sa quello che farei per stare con loro"". Testimonianza choc che sconvolse letteralmente i maturandi spavaldi che pochi minuti prima di varcare le mura del carcere parlavano di "pena aspra necessaria e indispensabile".

Obiettivo centrato? Sorride suor Amalia, sapendo bene che la rotta era quella giusta e che avrebbe dovuto insistere anche se avrebbe preferito un impatto ancora più duro. "Visitare il carcere non vuol dire guardare le mura o dare un'occhiata qua e là agli ambienti, ma guardare gli ospiti negli occhi e confrontarsi con loro. Questo sì che ha un senso e fa cambiare idea ai nostri liceali. Dopo incontri del genere, avviene una trasformazione nel loro modo di giudicare i detenuti perché avvertono il loro desiderio di cambiare vita. Hanno capito che il passato non li ha portati a nulla e che la sofferenza è molto forte per quello che hanno compiuto e per il loro stato di detenzione".

L'ultima "uscita didattica" di suor Amalia risale al mese scorso: ha portato i maturandi nel carcere di massima sicurezza di Paliano, in provincia di Frosinone. "Gli ho fatto incontrare i collaboratori di giustizia. Un momento davvero emozionante. A distanza di tempo continuano a parlarne" rivela soddisfatta. Le chiediamo se l'invito a visitare il carcere è rivolto a tutti, oppure c'è una selezione preventiva. "Viene solo chi è spinto da un forte interesse e non chi è curioso di scoprire un luogo e incontrare persone, per così dire, particolari" risponde convinta. E il suo desiderio più grande? "Potete immaginarlo. L'adorazione notturna dell'Eucaristia in carcere con ospiti e alunni. La sintesi perfetta della mia vocazione".

 

 

 

 

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