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Mali. Jihad e tribù, facile morire dove non c'è più Stato PDF Stampa
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di Pietro Del Re

 

La Repubblica, 13 luglio 2019

 

I gruppi terroristici del Sahel soffiano sul fuoco del conflitto fra etnie che nel 2018 ha causato 1.754 vittime. L'ordine di al-Baghdadi: "Intensificare gli attacchi contro Bamako per colpire la Francia e i suoi alleati".

Ousmane ha la testa fasciata, un occhio incerottato e l'altro appena aperto. Quand'è arrivato all'ospedale Gabriel Touré della capitale Bamako era così gravemente ustionato che i medici hanno dovuto amputargli braccia e gambe. L'incontriamo in uno stanzone pieno di mosche che funge da reparto post-operatorio. Il trentaquattrenne è uno dei pochi sopravvissuti all'ultimo massacro tribale compiuto nel centro del Mali, quello del 9 giugno a Sobame Da, villaggio che contava trecento anime.

"Sono arrivati dopo il tramonto e hanno cominciato a sparare contro chiunque. Hanno poi rubato le nostre capre e dato fuoco alle case. All'alba, sotto la cenere, sono stati ritrovati 35 cadaveri", ricorda Ousmane, che appartiene all'etnia dei Dogon, composta soprattutto da agricoltori. Con la medesima ferocia, il 23 marzo scorso, nel villaggio di Ogossagou sono state ammazzate 162 persone, tutte Peul, etnia rivale dei Dogon e formata per lo più da pastori.

Le immagini delle donne incinte, degli anziani e bambini sgozzati o bruciati vivi durante queste stragi sono state immediatamente pubblicate in rete da chi le ha commesse, il che dimostra che a fomentare tanta violenza c'è un'atroce volontà di pulizia etnica. Solo nel 2018 gli attacchi messi a segno dalle milizie di queste due etnie hanno provocato 1754 vittime e dall'inizio di quest'anno la fuga dai loro villaggi di 200mila persone.

"Ciò accade in un Paese già funestato da una decina di gruppi jihadisti affiliati a Boko Haram, ad Al Qaeda e più recentemente allo Stato islamico, che nella regione è sempre più potente", spiega Jonas Tape, addetto alla sicurezza della Minusma, la missione di pace Onu in Mali. Liberi di muoversi indisturbati perché nella regione lo Stato è totalmente assente, per estendere il loro potere i gruppi terroristi del Sahel hanno cominciato a soffiare sul fuoco dei conflitti inter-etnici, esacerbando le antiche faide tra agricoltori e allevatori.

Alcuni jihadisti, come quelli della Katiba Macina, hanno arruolato dei giovani Peul, il che, per reazione, ha fatto nascere bande di auto-difesa Dogon e di conseguenza moltiplicato gli scontri e le rappresaglie tra le due etnie. "Nel centro, nel nord e nell'est del Paese non c'è né esercito né polizia, e per migliaia di chilometri nessuno controlla le frontiere con la Mauritania, l'Algeria, il Níger e il Burkina Faso", dice ancora Tape.

Ora, è proprio contro il Mali che in aprile il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha chiesto "d'intensificare gli attacchi per colpire la Francia crociata e i suoi alleati". Qui, l'esercito di Parigi è presente dal 2013, quando l'ex presidente Framois Hollande inviò i suoi elicotteri da combattimento per fermare l'offensiva jihadista contro Bamako. Le legioni islamiste avrebbero facilmente sgominato le truppe maliane e fu necessaria tutta la potenza di fuoco dei francesi per sconfiggere chi voleva creare un nuovo califfato.

Da allora, gli effettivi di Parigi dell'operazione Serval, poi diventata operazione Barkhane, sono cresciuti fino a 4500 unità, e controllano una superficie vasta come l'Europa intervenendo sul terreno soprattutto con i droni e i corpi speciali. "Nell'ultimo anno, gli attentati sono aumentati del 68% e i francesi hanno neutralizzato più di 600 terroristi.

Il problema è che i loro blitz provocano molte morti "collaterali", con ognuna di queste crea nuovi miliziani", spiega Ibrahim Traoré, ricercatore dell'Institut d'études de sécurité di Bamako, secondo cui questa strategia anti-terrorista è controproducente perché non fa altro che generare altra violenza. "E poi è dal 2013 che i francesi hanno chiesto al governo di imporre un coprifuoco che ha distrutto l'economia di gran parte del Paese, lasciando i traffici commerciali nelle mani dell'esercito maliano o di quelle dei terroristi".

Ogni giorno, racconta Juan Carlos Cano, coordinatore locale di Medici Senza Frontiere, negli ospedali che gestisce nel centro del Paese arrivano morti e feriti da armi da fuoco: "Un caos dovuto ai troppi gruppi armati presenti, dai tuareg indipendentisti alle fazioni tribali, dai jihadisti ai gruppi di auto- difesa, dalla Minusma alle truppe del Mali e all'esercito francese, quest'ultimo considerato sempre di più come "invasore".

Oggi, nessuna area è sicura in Mali, neanche Bamako, dove si contano diverse cellule "dormienti" in grado di compiere attacchi micidiali nei ristoranti e negli alberghi per stranieri, come all'Hotel Radisson del 2015, dove morirono 20 persone". Secondo il ministro dell'agricoltura Moulaye Ahmed Boubacar, il destino dei giovani maliani è drammaticamente segnato dalla povertà. "O emigrano e rischiano la vita nel Mediterraneo o si lasciano arruolare per pochi soldi dalla jihad", ci dice.

"Dobbiamo fare di più per strapparli dalle grinfie dei terroristi e per evitare che si suicidino in mare". Ad aiutare alcuni di questi giovani ha cominciato Gilbert Fossoun Houngbo, ex primo ministro del Togo e oggi presidente del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo dell'Onu (Ifad), che incontriamo un centinaio di chilometri a sud di Bamako. In questa savana dove assieme agli anacardi crescono arance e banane dolcissime, la sua organizzazione ha fornito prestiti a seicento ragazzi affinché potessero acquistare fazzoletti di terra e gli attrezzi per lavorarla.

"Prima d'intervenire in un Paese, l'Ifad ne valuta le debolezze. Ebbene, in Mali la prima di queste è la vulnerabilità provocata dal terrorismo", spiega Houngbo. Ora, tra mortai e mine anticarro, i gruppi jihadisti posseggono armi sempre più potenti. "Gli manca soltanto l'aviazione", sorride il ricercatore Ibrahim Traoré.

"Non dico che bisogna smettere di combattere il nemico, ma è necessario cambiare metodo perché l'opzione puramente militare ha fallito. Soltanto il dialogo può fermare la spirale di violenza". Ma quando chiediamo a Ousmane come giudica questa proposta, lui risponde: "No, nessuna pietà. Gli assassini voglio vederli tutti morti".

 

 

 

 

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