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Catania: muoiono la madre e la moglie, gli negano la possibilità di vederle PDF Stampa
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di Damiano Aliprandi

 

Il Dubbio, 12 luglio 2019

 

Il carcere può anche infliggere senza giustificato motivo una doppia e tripla pena. Ti recidono gli affetti, ma può accadere che ti muoia una persona cara e, nonostante l'autorizzazione del giudice, non fai in tempo a vederla l'ultima volta. Ma solo in foto, quella sulla lapide. Questa è una storia, atroce, che è capitata esattamente un anno fa a Salvatore Proietto, detenuto nel carcere catanese di Piazza Lanza per una condanna a più di due anni per il possesso di 72 grammi di marijuana.

Proietto ha scritto una lettera, dolorosa, a Rita Bernardini del Partito Radicale, perché "io so chi lei - scrive -, si batte per i diritti umani". Ora è in detenzione domiciliare e forse, se tutto andrà bene e gli sottrarranno i mesi che gli spettano, potrebbe uscire a dicembre. Salvatore ha 40 anni e quando nei primi mesi del luglio del 2018 era ristretto in quel carcere catanese - talmente superaffollato da ritrovarsi addirittura in sei dentro una cella -, gli è arrivata una notizia del tutto inaspettata. La madre, affetta da demenza senile, muore improvvisamente. Il suo avvocato difensore ha subito fatto istanza al giudice e quest'ultimo prontamente ha emesso l'autorizzazione.

Tre i permessi, con tanto di scorta. Il primo per recarsi a casa il giorno stesso della morte della madre (4 luglio), il secondo per il funerale (5 luglio), il terzo per andare al cimitero nel luogo dove avveniva la tumulazione. Salvatore era quindi in attesa per essere scortato in paese, per poter vedere la madre, poterla piangere e guardarla per l'ultima volta. Ma nulla da fare. I giorni passavano e ha perso ogni speranza. Solo il 7 luglio finalmente l'hanno preso e potuto scortare fino al cimitero, quando oramai la madre era stata già tumulata. E solo per mezz'ora. Eppure, anche i mafiosi al 41 bis hanno la possibilità, con un permesso di necessità, di poter abbracciare per l'ultima volta i proprio cari. Ma per Salvatore nulla. "Questa è una cosa disumana e un'ingiustizia atroce", ha scritto nella lettera indirizzata a Rita Bernardini.

Ma non finisce qui. Come detto, Salvatore è riuscito ad ottenere la detenzione domiciliare. Ma ad una condizione: quella di dimorare presso un'altra abitazione visto che il reato di spaccio l'aveva commesso nella sua casa. La sorella è riuscita trovargli un'altra sistemazione, una casa di fortuna, vecchia e senza riscaldamento funzionante, tanto da aver dovuto affrontare un gelido inverno insieme a sua moglie. Quest'ultima, proprio a maggio di quest'anno, si è ammalata gravemente. La portano in ospedale e finisce in terapia intensiva.

Salvatore, essendo in detenzione domiciliare e quindi con tutte le restrizioni che ha un detenuto, non può andarla a trovare. Per questo motivo, tramite l'avvocato, fa istanza al magistrato di sorveglianza per chiedere un permesso. Nessuna riposta e la moglie nel frattempo muore, senza che Salvatore possa vederla e assisterla in ospedale. Un'altra sofferenza atroce che inevitabilmente ha una ripercussione nella psiche. Salvatore è finito in una spirale di depressione, una punizione che nessuna sentenza ha emanato.

Ma evidentemente non è bastato nemmeno questo. Se da una parte è riuscito almeno ad avere l'autorizzazione per poter scontare la sua pena finalmente nella sua casa d'origine, dall'altra parte gli è stato negato l'affidamento in prova, uno strumento prezioso e indispensabile per potergli permettere di reinserirsi finalmente nella società.

È riuscito perfino a trovare un'azienda disposto ad assumerlo. Ma nulla, il tribunale di sorveglianza ha rigettato l'istanza di concessione della misura alternativa dell'affidamento in prova. Salvatore, prima dell'arresto, era già sotto cura per ansia e depressione. Ora inevitabilmente è peggiorato e sta malissimo. Potrà mai ottenere una riparazione del danno psicologico subito? Ora a difenderlo è l'avvocato Baldassarre Lauria, dell'associazione Progetto Innocenti, noto per essersi occupato di far riaprire il processo di Giuseppe Gulotta, colui che scontò ingiustamente l'ergastolo.

 

 

 

 

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