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Eraldo Affinati: "L'istruzione è lo specchio dell'ingiustizia sociale" PDF Stampa
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di Francesco Lo Dico

 

Il Dubbio, 11 luglio 2019

 

"Noi, nonostante le tante battaglie che sono state fatte, siamo rimasti ancora il Paese di Pierino e Gianni, i due studenti simbolo di don Lorenzo Milani: il primo privilegiato, il secondo svantaggiato, a causa dell'origine sociale da cui provengono. Ma ora il regionalismo differenziato rischia di penalizzare ancora di più i giovani che vivono nelle aree più svantaggiate del Paese". Scrittore, saggista, editorialista, già finalista al Premio Strega 2016 con il romanzo L'uomo del futuro incentrato sulla figura di don Milani, Eraldo Affinati è fondatore insieme alla moglie della Penny Wirton, una scuola gratuita di insegnamento di italiano per italiani e stranieri.

 

Professore, le prove Invalsi raccontano un sistema scolastico nazionale in forte sofferenza, nel quale il gap tra Nord e Sud si accentua man mano che i ragazzi proseguono con gli studi. Addirittura, tra gli studenti di terza media, uno su due in Calabria non è in grado di comprendere adeguatamente un testo di italiano. Qualcosa si è definitivamente rotto nel nostro sistema educativo?

"A mio avviso molto dipende dalla rivoluzione informatica che stiamo vivendo: i ragazzi leggono sugli schermi, in modo più frammentario, sebbene non meno qualitativo, rispetto al passato. Il rapporto col testo innesca nuovi meccanismi logico- percettivi. La scuola non sempre si è adeguata a questo cambiamento epocale".

 

Persino alle elementari, un tempo fiore all'occhiello del nostro sistema educativo, la forbice territoriale si amplia. Al Nord funzionano, al Sud sempre meno. Problemi di metodo, di insegnanti, di modelli educativi?

"Questi risultati confermano uno scarto fra nord e sud che purtroppo penalizza i ragazzi meridionali, non per loro incapacità, quanto piuttosto a causa delle minori opportunità strutturali di cui dispongono. C'è un problema di giustizia sociale da ripristinare, impiegando più risorse nei luoghi del Paese con maggiori difficoltà".

 

L'altro dato Invalsi profondamente significativo è che i risultati scolastici variano sensibilmente in base al censo. La maggior parte dei giovani che hanno uno status socio- economico basso non raggiungono risultati adeguati nei test. È il sintomo di fenomeno più ampio che racconta come l'ascensore sociale si è definitivamente guastato? Di una società contemporanea profondamente ingiusta che non riesce più a offrire pari opportunità neppure ai bambini?

"È questo l'aspetto che più di tutti mi addolora. Noi, nonostante le tante battaglie che sono state fatte, siamo rimasti ancora il Paese di Pierino e Gianni, i due studenti simbolo di don Lorenzo Milani: il primo privilegiato, il secondo svantaggiato, a causa dell'origine sociale da cui provengono. La mitica professoressa - oggi incarnata dagli standard di valutazione oggettivi - continua a fare le parti uguali fra diseguali, considerando solo le competenze raggiunte, senza calcolare il diverso percorso compiuto. E invece dovremmo premiare il movimento registrato dallo studente, oltre al traguardo raggiunto, anche perché ci sono tempi e forme diverse dell'apprendimento. Insomma la famosa uguaglianza delle posizioni di partenza, chiesta dalla Costituzione, è ancora non pienamente garantita. Il che la dice lunga sul lavoro da fare".

 

I risultati Invalsi sembrano raccontare una profonda necessità: servono investimenti in educazione a favore dei ceti più deboli sempre più soli. È così?

"È così, ma questi investimenti andrebbero monitorati e calibrati con più efficacia di quanto finora accaduto. Troppo spesso i fondi finiscono in progetti che non incidono come dovrebbero. E questo non ce lo possiamo permettere. Inoltre oggi la scuola si trova in una condizione di solitudine mai avuta in passato perché deve tappare i buchi aperti altrove: in famiglia, nella politica, nella cosiddetta società culturale. Ciò rende quasi eroico il comportamento di certi docenti che cercano di realizzare, coi pochi mezzi di cui dispongono, nuclei di resistenza etica nel mezzo del frantume in cui si trovano".

 

Le cattive notizie che ci consegna oggi l'Invalsi hanno un valore altamente simbolico, alla luce delle forti inquietudini che accompagnano il varo delle autonomie del Nord. Un sistema scolastico regionalizzato come quello preteso da Veneto e Lombardia rischia di accentuare ancora di più la forbice culturale che divide in due il Paese?

"Un conto è l'autonomia, che andrebbe potenziata ma anche ricalibrata secondo criteri di giustizia sociale, un altro la regionalizzazione che penalizzerebbe proprio le zone più bisognose. È dalla straordinaria spesso inespressa potenza del sud che invece dovremmo ripartire: là dove le energie dei più giovani vengono mortificate. Infine, non solo i deboli hanno bisogno dei forti, vale anche il contrario. Questo è vero quando si deve creare un gruppo coeso, ma diventa ancora più importante nel momento in cui stiamo parlando dell'intero Paese".

 

Quali conseguenze produrrebbe un sistema scolastico frammentato e delocalizzato, che istituisce curricula e ruoli autonomi per le regioni che pretendono il regionalismo rafforzato? Sarebbe una sorta di secessione culturale, oltre che economica?

"Il risultato sarebbe quello di incrementare ancora di più la fuga dei nostri giovani migliori verso le regioni del nord se non addirittura all'estero. Inoltre le famiglie benestanti sarebbero comunque in grado di garantire un futuro ai loro figli, mentre quelle più povere avrebbero difficoltà a sottrarli al degrado. Tenendo anche presente che la povertà educativa che abbiamo in Italia è spesso molto difficile da individuare perché può albergare anche nelle famiglie ricche. E perfino nei ragazzi che sono andati bene nei test Invalsi: io, nel mio ultimo libro, Via dalla pazza classe, la chiamo la maschera della risposta esatta. E il valore - da riscoprire - di quella sbagliata".

 

 

 

 

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