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Condanna Cedu. Bortolato: "ecco come si supera l'ergastolo ostativo" PDF Stampa
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di Teresa Valiani

 

Redattore Sociale, 28 giugno 2019

 

Il Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze: "C'è bisogno di una riforma sostanziale che metta il condannato di fronte a una libera scelta che sia moralmente accettabile".

"Si può non collaborare perché non si vuole barattare la propria libertà con quella di un altro, perché si teme per l'incolumità propria o dei propri familiari, oppure per ragioni morali. Ma l'impossibilità per il giudice di valutare in concreto le ragioni della mancata collaborazione rappresenta di per sé il più grave ostacolo alla funzione rieducativa della pena, che anche quella perpetua deve avere. Non si vuole negare l'importanza della collaborazione con la giustizia: essa è stata ed è un fondamentale strumento della lotta alla criminalità organizzata".

Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, Marcello Bortolato, approfondisce, per Redattore Sociale, la recente sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo secondo cui l'ergastolo ostativo viola i diritti umani e, in particolare, l'articolo 3 della Convezione europea.

"Una sentenza - spiega Bortolato - che condanna l'Italia perché priva il magistrato del potere di valutare le ragioni della mancata collaborazione da parte del condannato all'ergastolo che voglia accedere ai benefici penitenziari. Solo attraverso questi benefici la pena dell'ergastolo è compatibile con il principio di rieducazione e dunque con la Costituzione".

"La Corte europea - prosegue il magistrato - non si è limitata però ad affermare un principio elementare, ispirato a criteri di ragionevolezza ed uguaglianza, ma ha ingiunto all'Italia di adottare misure strutturali per intervenire nei confronti dei quasi 1.200 ergastolani "ostativi": una sentenza "quasi-pilota" si è detto, di fronte alla quale lo Stato non può rimanere indifferente, a pena di ulteriori condanne".

Che fare dunque? "Ci sono questioni di legittimità pendenti alla Corte costituzionale ma la via legislativa è da ritenere preferibile". E come si può conformare l'esecuzione della pena perpetua all'evoluzione della personalità del condannato e alla sua concreta pericolosità sociale? "Prevedendo percorsi differenziati solo in presenza di perduranti collegamenti con le organizzazioni criminali di riferimento - spiega Marcello Bortolato.

La risposta potrebbe essere relativamente semplice: non è necessaria l'abolizione integrale della norma dell'ordinamento penitenziario che costituisce ancora oggi il nodo centrale di tutto il sistema delle preclusioni e, in particolare, dell'ergastolo "ostativo", e cioè l'articolo 4bis (nulla a che fare s'intende col 41bis), ma una sua riforma sostanziale che metta il condannato di fronte a una libera scelta, stavolta moralmente accettabile: o collaborare con l'autorità giudiziaria (una collaborazione vera, utile, efficace e non, come oggi, confinata nell'astrattezza della "impossibilità") ovvero dimostrare con comportamenti positivi la reale "dissociazione", sulla falsariga di quello che si fece negli anni 80 con la legge antiterrorismo n. 34/87.

Il condannato mantiene ferma la libertà di non operare la scelta collaborativa ma deve dimostrare in cambio la propria dissociazione". "È con il ripudio della violenza e della forza di intimidazione come metodo criminale - conclude il Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze - che si può dimostrare nei fatti l'abbandono definitivo dell'organizzazione di appartenenza: solo così si potrà togliere una volta per tutte, come chiede la Corte di Strasburgo, l'insopportabile peso dell'ergastolo ostativo italiano".

 

 

 

 

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