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Ordinamento giudiziario e riforma, cosa è giusto attendersi dal Parlamento PDF Stampa
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di Luigi Covatta

 

Il Mattino, 24 giugno 2019

 

L'altro giorno il quotidiano che aveva condotto in prima linea la campagna contro "un uomo solo al comando" titolava "Sulle spalle di un uomo solo" la cronaca dell'intervento di Mattarella al Csm (ma riferendosi anche al ruolo che il capo dello Stato è costretto a svolgere nel confronto con l'Ue sui conti pubblici): e se il commento di Massimo Giannini segnalava "la metamorfosi di un Presidente", i lettori più avveduti avranno invece notato la metamorfosi di un giornale.

Intendiamoci: nelle stanze del Quirinale si sono consumate ben altre metamorfosi. Basti pensare a Cossiga, che nei primi anni del suo mandato non smentì lo stile notarile che ne aveva propiziato l'elezione quasi unanime, salvo poi, a partire dal 1990, dedicarsi ai colpi di piccone. La sua, tuttavia, fu una metamorfosi fin troppo plateale ed ostentata: quella della "Repubblica", invece, è tutta implicita e preterintenzionale.

Eppure nella cronaca politica dell'ultimo anno non mancano occasioni per indurre, se non alla resipiscenza, almeno a qualche riflessione sul funzionamento delle nostre istituzioni. A cominciare proprio dal ruolo del capo dello Stato, che dai tempi di Scalfaro ad oggi si è allargato oltre misura (benché non oltre la misura delle prerogative previste dalla Costituzione), senza peraltro essere ulteriormente legittimato da un'investitura diversa da quella parlamentare: tanto che oggi, fra le variabili che condizionano il travagliato cammino della legislatura in corso, c'è anche quella di chi teme (o auspica) che tocchi proprio ad essa eleggere il successore di Mattarella nel 2022.

Ma anche il ruolo del governo è cambiato. Non solo perché il suo capo si vanta di non aver detto a nessuno per chi ha votato, con tanti saluti alla volontà popolare, alla trasparenza e perfino al vincolo di mandato, che uno dei due suoi danti causa continua a sostenere. Soprattutto perché si moltiplicano i conflitti di competenza fra i suoi membri, e fra essi e le altre istituzioni della Repubblica.

Non è solo Salvini, che impedisce ad una nave militare italiana di approdare in un porto italiano, e che ora addirittura convoca al Viminale le parti sociali. È Di Maio, che arruola i suoi "navigator" senza aver concluso un preventivo accordo con le Regioni che dovranno poi utilizzarli. E Moavero Milanesi, che affianca silenziosamente il presidente del Consiglio nella trattativa sulla procedura d'infrazione lasciando a casa il titolare del Mef.

Ed è quest'ultimo, che a settembre potrà scegliere solo se scrivere la prossima legge di Bilancio sotto dettatura della troika o sotto quella di Salvini e di Di Maio. Quanto al Parlamento (perfettamente bicamerale, s'intende), ormai funziona soltanto per convertire decreti, e quando gli viene concesso di votare almeno una mozione c'è perfino chi sbaglia a votare, come è capitato ai deputati del Pd e di +Europa a proposito dei "minibot": salvo restare escluso dall'opaca trattativa che riguarda le "autonomie speciali", e che avrebbe trovato sede più degna nel Senato delle regioni previsto dalla riforma Renzi; e salvo delegare alla piattaforma Rousseau l'esercizio di una prerogativa di rango giurisdizionale, quale è quella che regola la procedura per l'autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri.

Ovviamente non è il caso di fare del revanscismo rispetto ai risultati del referendum del 2016: e men che meno di riproporre il tema della riforma istituzionale ad una legislatura che non sembra la più adatta a svolgerlo. È il caso, semmai, di osservare che proprio una legislatura nata all'insegna dell'antipolitica si sta caratterizzando per un iper-politicismo di cui non c'è traccia nella storia della Repubblica (della seconda, ma anche della prima): si lottizza perfino la produzione normativa, alternando un provvedimento "di bandiera" a quello di un'altra bandiera senza nemmeno ricorrere a quel pizzico di ipocrisia che consente ai governi di giustificare sempre le proprie scelte in nome dell'interesse generale.

Ora capita, tuttavia, che lo scandalo del Csm imponga di affrontare un tema, quello dell'ordinamento giudiziario, peraltro accuratamente eluso dai governi precedenti. Che Dio ce la mandi buona. Ma visto che si tratta di una materia intonsa almeno dai tempi della "bozza Boato" presentata alla Commissione bicamerale presieduta da D'Alema, c'è da sperare che questa volta il Parlamento funzioni come deve funzionare: come sede, cioè, di un dibattito aperto e costruttivo animato, per una volta, da autentico spirito costituente.

Da quell'atteggiamento, cioè, che secondo Rawls consiste nel coprirsi di un "velo d'ignoranza" circa le convenienze che le scelte operate determinano: ignoranza per ignoranza, meglio quella auspicata da Rawls.

 

 

 

 

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