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La Cassazione: leggi sul carcere, addio retroattività PDF Stampa
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di Errico Novi

 

Il Dubbio, 20 giugno 2019

 

Diversi Tribunali avevano già rimesso alla Corte costituzionale le norme della "spazza corrotti" che precludono le misure alternative al carcere. Ora compie la stessa scelta anche la Cassazione, con un'ordinanza depositata martedì scorso, e fa vacillare così anche il principio della possibile retroattività nel campo dell'esecuzione penale.

Verrebbe la tentazione di dire che sta per essere abbattuto un totem. Uno dei più persistenti e, se si vuole, perniciosi nel diritto vivente in campo penale. Si tratta della natura "processuale" e non "sostanziale" delle norme sull'esecuzione, in particolare nel campo dell'ordinamento penitenziario. In tutti i casi in cui si affronta il tema, ivi incluse le critiche alla legge "spazza corrotti", ci si infrange fatalmente sullo scoglio di una pronuncia firmata nel maggio del 2006 dalle sezioni unite della Suprema corte.

In quella occasione si affermò che "le disposizioni concernenti le misure alternative alla detenzione non hanno carattere di norme penali sostanziali", e in tal modo se ne asserì la possibile retroattività. Potrebbe non essere più così in virtù di una nuova decisione assunta proprio dalla Cassazione, e in particolare dai giudici della prima sezione, che con l'ordinanza 1992 dello scorso 18 giugno hanno rimesso alla Consulta la questione di legittimità costituzionale proprio della "spazza corrotti". In particolare, rispetto all'inserimento di fattispecie corruttive come il peculato nella "lista nera" dei reati ostativi alla concessione di misure alternative al carcere.

Nel giro di alcuni mesi, forse a inizio 2020, il giudice delle leggi sarà dunque chiamato a pronunciarsi sulla legittimità della norma inserita nell'ultima legge anticorruzione (all'articolo 1 comma 6) con cui le pene alternative sono state precluse per i "corrotti" persino quando i reati sono antecedenti l'entrata in vigore della stessa legge (avvenuta lo scorso 31 gennaio). Manca una disciplina transitoria, e lo hanno obiettato con energia diversi giudici. Del Tribunale di Napoli come delle Corti d'appello di Lecce e Palermo.

Tutti hanno rimesso alla Consulta la sospetta incostituzionalità dell'efficacia retroattiva di quella norma. Ma forse una giudice era stata particolarmente coraggiosa: la gip del Tribunale di Como Luisa Lo Gatto. Era stata lei a ritenere addirittura inapplicabile la modifica introdotta dalla "spazza corrotti" nell'ordinamento penitenziario, e a sospendere l'ordine di esecuzione con cui Alberto Pascali, un legale, era stato incarcerato a Bollate a inizio marzo, nonostante il suo reato risalisse, ovviamente, a molto tempo prima che le nuove norme entrassero in vigore.

Ora, è proprio l'ordinanza della dottoressa Lo Gatto a essere stata oggetto della remissione alla Consulta ordinata due giorni fa dalla prima sezione. In che modo? Semplice: il pm di Como aveva impugnato davanti alla Suprema corte la decisione della giudice lombarda (che intanto resta provvisoriamente efficace). La Cassazione ha discusso del caso nella camera di consiglio di martedì, dopo aver acquisito la memoria difensiva preparata, per Pascali, dal professor Vittorio Manes e dall'avvocato Paolo Camporini. Il collegio presieduto da Giuseppe Santalucia (relatore Raffaello Magi) ha sollevato la questione d'ufficio. In particolare rispetto all'articolo 27 della Carta, che afferma il fine rieducativo della pena, e all'articolo 3, che stabilisce l'uguaglianza dinanzi alla legge.

Da qui ad alcuni mesi, i giudici costituzionali si troveranno a vagliare perplessità diffuse tra i magistrati. Ora sappiamo per certo che dovranno valutare anche gli autorevolissimi sospetti della Cassazione. Già emersi, in realtà, con un'ordinanza della sesta sezione risalente allo scorso 20 marzo, la numero 12541. In quel caso la Suprema corte aveva sì affermato la non infondatezza dei sospetti, ma aveva suggerito ai difensori del ricorrente, un ex manager dell'Asl Roma 1, di sollevarli in sede di esecuzione.

Adesso per la prima volta il segnale sulla nuova legge anticorruzione parte dal Palazzaccio direttamente in direzione Consulta. In teoria, la Cassazione avrebbe potuto "correggersi" da sola, sulla natura processuale di norme "penitenziarie" particolarmente afflittive come quelle che obbligano al carcere e impediscono pene alternative. La prima sezione non ha voluto rivoluzionare fino a questo punto il quadro, ma ha creato i presupposti affinché, tra qualche mese, la rivoluzione possa compiersi.

Oltre al tema della retroattività, resta sullo sfondo quello della irragionevolezza della "spazza corrotti" in materia carceraria. Tratto messo all'indice da un giudice coraggioso al pari della gip Lo Gatto, ossia la Corte d'appello di Palermo, secondo cui l'estensione del "famigerato" 4 bis ai reati di corruzione contrasterebbe "con il principio di ragionevolezza e con quello di uguaglianza" perché "estende" a quei reati "una presunzione assoluta di pericolosità, non fondata su dati di esperienza generalizzati, che prevale irragionevolmente sulla finalità rieducativa della pena e sulla regola del "minimo sacrificio necessario".

Una lettura che corrobora in pieno la tesi espressa già a fine febbraio, in un intervento su Diritto penale contemporaneo, dallo stesso giurista che difende Pascali a Como e in Cassazione, ossia il professor Manes. Si tratta dell'altro snodo decisivo: potrebbe essere risolto, dalla Consulta, con un giudizio di incostituzionalità relativo alla stessa logica che assimila i "corrotti" a mafiosi e terroristi. E certo, ci si troverebbe di fronte alla fragorosa caduta di un totem anche in quel caso.

 

 

 

 

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